Il caso Spotlight

Nella città di Boston, Massachusetts, ci sono due religioni, il cattolicesimo e il baseball, entrambe con i loro messia: Gesù Cristo e i Red Sox. In una delle prime scene di Spotlight il neodirettore del «Boston Globe» Marty Baron legge un libro sulla cosiddetta “maledizione del bambino”, che secondo la leggenda perseguitò la squadra dei Red Sox dopo la cessione del leggendario Babe Ruth ai New York Yankees nel 1920, impedendole da lì in poi di vincere il campionato.

A Baron, interpretato da Liev Schreiber, il baseball non interessa per niente: legge il libro per ambientarsi, per entrare nello spirito di Boston, la città di cui dirigerà per quasi dodici anni – siamo nel 2001 – il maggior quotidiano. È al ristorante, sta aspettando Walter Robinson (Michael Keaton), il capo del team Spotlight, l’unità di giornalismo investigativo del giornale. A questo team Baron assegna subito un’inchiesta delicata: i casi di pedofilia all’interno della diocesi cattolica di Boston, segnalati già negli anni ’70 e ’90 ma mai debitamente seguiti dal quarto potere e insabbiati dalla curia cittadina, che trasferiva continuamente i preti colpevoli da una parrocchia all’altra.

È l’inizio di una discesa nel maelstrom per i giornalisti del Globe, in particolare per Sacha Pfieffer e Michael Rezendes, interpretati rispettivamente da Rachel McAdams e Mark Ruffallo. Una discesa nelle profondità più intime e squallide dell’animo umano, nelle vicende di oltre 70 preti che usarono il loro potere di suggestione per abusare di centinaia di vittime inermi e incapaci di reagire – «Come puoi dire di no a Dio?», confessa mestamente una di loro.

La violenza nel film è solo raccontata ed evocata, mai mostrata direttamente, ma non per questo è meno tremenda. L’ambientazione della città, tra croci, chiese e scuole cattoliche rese volutamente grigie e tetre, la tensione continua – avvertita grazie anche a un uso sapiente delle musiche e delle inquadrature – e i fatti narrati dalle vittime sembrano rievocare momenti della prima stagione di True detective.

Ma Spotlight non è un thriller bensì un film su una vicenda reale e drammatica e sul giornalismo, sul grande giornalismo, fatto di ricerche negli archivi cartacei e digitali, di indagini sul campo, di riunioni di redazione, di telefonate, di taccuini, di camice sudate. Un giornalismo coraggioso alla ricerca della verità, come coraggioso e vero è il film che lo ha raccontato.

E il coraggio e la verità portano sempre risultati. L’inchiesta uscì nel 2002 e il «Globe» vinse il premio Pulitzer nel 2003; nello stesso anno l’arcivescovo di Boston Bernard Francis Law, che aveva coperto molti casi, si dimise e l’arcidiocesi pagò circa 85 milioni di dollari di risarcimento alle vittime; nel 2016 Il caso Spotlight ha vinto l’Oscar per il miglior film e la miglior sceneggiatura originale, co-scritta dallo stesso regista, Tom McCarthy. Ah sì: i Red Sox tornarono a vincere il campionato nel 2004, per poi ripetersi nel 2007 e nel 2013.

Cultura
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venerdì 4 agosto 2017