Il Capossela che all’alba, o poco dopo, ti scioglie le Dolomiti

Il Capossela che all’alba, o poco dopo, ti scioglie le Dolomiti

Esistono, soprattutto in rete, moltissimi articoli che lusingano il lettore con titoli roboanti, promettendo una determinata mole di amenità intorno all’argomento dal titolo promesso. Li si apre, li si sfoglia, si capisce che non parlano in alcun modo di quanto è stato anticipato, li si chiude.

Questo è uno di quegli articoli. Perché per sproloquiare di musica bisogna pur saperne qualcosa.

Inutile voler fare un filetto al pepe verde se non si sa cucinare. Meglio concentrarsi sulle patate, più facili.

Il piatto da servire oggi è il concerto di Vinicio Capossela, al rifugio Vajolet, ad inizio agosto. Ma non si può andare dritti al contorno, un assaggino alla portata principale bisogna pur farlo: Vinicio, per l’appunto. Lassù sembrava ancor più visionario del solito, perso durante le pause a rimirar le Torri del Vajolet, come se il vero turista, il reale pubblico di quello spettacolo che non stufa mai, fosse proprio lui. C’era solo una persona che sembrava divertirsi più di lui, il cantore greco.

Psarantonis, a momenti posseduto dal suo stesso strumento.

Ma passiamo allo sfondo, al letto d’insalata sul quale s’è appoggiato il concerto. La folla. Ed è qui, con la marea di gente arrivata oltre i 2.000 metri, che Capossela ha sciolto le Dolomiti: non tanto con la musica, con quella ha fatto solamente sognare. Ha sciolto la dura roccia del Vajolet perché ha scombinato ogni regola prestabilita, con la sua sola presenza, a priori. Per prima cosa, il divieto di campeggio è stato bellamente snobbato. Insieme allo scendere dell’oscurità s’è infatti innalzata una tendopoli, dalla conca di Gardeccia al rifugio Vajolet, in barba alle proibizioni della vigilia.

Ma è proprio all’alba che la roccia soccombe al cantautore: da Pozza di Fassa giungono le grida di chi è rimasto a valle, orfano di un passaggio verso le alte quote, e tali devono essere state le cordiali lamentele, condite magari da qualche gentile spintone, che il concerto s’è posticipato alle 8 (anziché iniziare alle 6), tra i fischi di chi s’era accampato la sera precedente. Ma il responsabile di tutto questo scompiglio ha tosto risanato gli animi, esordendo con un ouverture trobadorica ad esclusivo uso e consumo di chi alle 6 già stava con gli occhietti cisposi ad aspettare il proprio vate, e pace fu fatta.

Sciolti i marmorei dettati degli organizzatori (No tende! Non più di 2.500 persone! Puntuali, alle 6!) il resto è stato “solo” musica, eseguita da un essere che da lontano, più che Capossela, sembrava un redivivo Andreas Hofer (da notare i calzettoni rossi, lanciati in aria al momento della polisemica Il paradiso dei calzini) e da un aedo giunto lassù proprio dall’Olimpo.

E infine, se ai piedi dell’improvvisato palco c’era troppa gente, diciamo qualche migliaio in più dei 2.500 prefissati, se un po’ di disagio s’è creato tra il pubblico – mai le Torri del Vajolet hanno visto tanta gente pestarsi i piedi a vicenda per trovare un metro quadro per il proprio plaid – beh, la colpa è stata solo di Capossela.

Cultura
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giovedì 27 aprile 2017