Che cosa (non) è andato storto?

Che cosa (non) è andato storto?

Nei secoli sedicesimo e diciassettesimo andava di moda ciarlare intorno ad un mondo ideale, Utopia, un luogo in cui tutte le storture fossero appianate.
L’utopista, però, ha vita breve, e all’approssimarsi del Novecento la tendenza si ribalta: laddove i due Tommaso, Moro e Campanella, fantasticavano un mondo nel quale tutte le caratteristiche del quieto vivere venivano esaltate, i vari Orwell e Bradbury decidono di elaborare un’operazione di segno contrario. Nelle loro opere le brutture del mondo reale vengono amplificate a dismisura: le dittature diventano eterne, la censura di regime diviene totale e infallibile.

Ma chi sono i protagonisti di queste cacotopie? Siamo noi: gran parte dei testi distopici del secolo scorso sono infatti ambientati più o meno esplicitamente ai nostri giorni.
Levando gli occhi dalla pagina scritta e guardandoci attorno, non ci va poi tanto male. Non siamo controllati a vista da un dittatore onnipresente che ci si presenta come paternalistico fratello maggiore (1984, Orwell); nessun virus ha trasformato i nostri vicini di casa in zombie assetati di sangue (Io sono Leggenda, Matheson); nessuna guerra atomica ha decimato la popolazione mondiale (L’ultima spiaggia, Shute); possiamo possedere dei libri, senza temere che dei pervertiti vigili del fuoco irrompano nel nostro appartamento per bruciarli (Fahrenheit 451, Bradbury); gli operai non vivono nel sottosuolo, e non muoiono ad ogni piccolo errore sul posto di lavoro (Metropolis, film di Lang)… si potrebbe procedere all’infinito.

Insomma, c’è andata bene: evidentemente Lang, Shute e Orwell concepirono le loro opere dopo una brutta indigestione. O forse le loro visioni altro non sono che la sintesi romanzata delle nostre più pericolose tendenze. Perché queste profezie malefiche, queste satire amare, sono prima di tutto un’analisi spietata della nostra società: a questi torvi sognatori va dunque riconosciuto il merito d’averci avvisato della brutta china che si stava via via scendendo.

Tutti potevano infatti predire che le dittature di metà Novecento non avrebbero portato a niente di buono, e che il nucleare avrebbe sì portato ad una terza Guerra Mondiale, ma non ad una quarta. Le loro opere contribuirono (e contribuiscono) a farci prendere coscienza di quanto i “brutti tempi” da loro descritti potessero (possano) essere vicini. Poiché, come scriveva Baudelaire a proposito di quei temibili tempi futuri, «chi può dire se non siano già qui e se l’ottundersi della nostra natura sia l’unica cosa che c’impedisce di renderci conto dell’aria in cui tutt’ora respiriamo?».

Cultura
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giovedì 27 aprile 2017