Spiegare l’orrore

Qualche tempo fa una bambina, vedendo il cartello giallo con la scritta “Verità per Giulio” che avevo attaccato alla mia auto, esclamò nell’innocenza dei suoi sette-otto anni una parola che avevo sentito ormai centinaia di volte nell’ultimo anno, ma mai da un bambino: Isis.

Non lo so perché ma sentire pronunciare quell’acronimo terribile da una creatura così fragile mi lasciò un brivido lungo la schiena. Avrei voluto raggiungerla, parlarle, dirle che peraltro l’Isis non c’entra niente con il povero Giulio Regeni; vidi però che aveva già la testa altrove e parlava con sua mamma – che era ignara di tutto. Pensai a quanto potesse essere difficile spiegare l’Isis e il terrorismo a dei bambini piccoli, nonostante ottimi libri dedicati al tema e consigli di esperti pedagoghi.

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Come si può spiegare l’orrore? Pensai al giorno in cui due aerei colpirono le Torri gemelle a New York, l’11 settembre 2001, lo spartiacque della nostra storia recente.

Tutti ci ricordiamo dove eravamo quel giorno. Era un martedì. Io ero stato all’allenamento di calcio, tornato a casa la signora che gestiva un’edicola vicino a casa mia mi fermò: era agitata, diceva cose confuse su aerei e grattacieli. Andai in casa, accesi la tv e vidi quella sequenza di immagini che conosciamo tutti, così forte, così violenta, che ci lascia ancora spaventati e indifesi. Poi partirono altre immagini, sugli arabi che festeggiavano bruciando bandiere americane. Mi ricordo che andai in terrazza, vidi mio padre in cortile e gli riferii il tutto. Lui mi urlò addosso di cambiare canale: la cosa mi turbò ma capii che non era arrabbiato, bensì spaventato, per me, per lui, per tutti. Anche la sera sia lui che mia madre cercarono di tenermi lontano dalla tv, non volevano che vedessi, che sapessi. Io capivo poco, avevo appena undici anni.

A scuola i miei compagni erano ancora più disinformati di me e nessun professore si degnò di spiegarci qualcosa, a torto o a ragione. In qualche modo guardando i telegiornali compresi sempre di più, non tutto, certo, ma quanto mi bastò due anni dopo, allo scoppio della guerra in Iraq, per non farmi trascinare dalla retorica bellicista che infiammava invece un mio amico, che sulla carta geografica della classe spostava ogni giorno delle puntine che rappresentavano le forze armate americane – il giorno che arrivarono a Kabul per lui fu una festa. Gli chiedevo perché lo facesse e lui mi rispondeva che era giusto così, per vendicare tutti quei poveri morti delle Torri gemelle che lo avevano impressionato.

Io non ribattevo, guardavo, ascoltavo, era presto per farmi una coscienza politica. Sono passati sedici anni da quel infausto 2001 e il mondo è sempre lo stesso, se non peggio. E i bambini ora non hanno solo la televisione dove vedere questo orrore continuo ma anche internet, dove sono loro a decidere cosa e quanto guardare. Perdendo così un po’ di innocenza. Perché arriva sempre quel momento nella vita in cui scopri che il lupo cattivo esiste e che il principe non agisce sempre per il meglio.

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mercoledì 4 ottobre 2017