Luoghi comuni in tempi di crisi

Luoghi comuni in tempi di crisi

Anche quest’anno Trento è stata per alcuni giorni la capitale italiana dell’economia, e non è affare da poco. La crisi che ci ha colpito negli ultimi anni ha spinto la disciplina economica in cima al dibattito quotidiano, con il risultato che adesso parliamo di spread, ricapitalizzazioni e BOT come se avessimo in tasca l’abbonamento al Sole 24 Ore. Ed è forse per questo coinvolgimento diffuso che la nona edizione del Festival dell’Economia (30 maggio – 2 giugno 2014) ha destato particolare interesse. Certo, c’è chi dice che sia stata la presenza di Matteo Renzi a sollevare lo share della kermesse, ma questo vale fino ad un certo punto. Personalmente, l’intervento che ho preferito è stato quello di un uomo che, oggi come oggi, in Italia avrebbe ben poche preferenze: un liberale. E non uno qualunque, bensì uno dei massimi esponenti del genere a livello internazionale, ovvero David Thesmar.
Come detto i pensatori liberali di questi tempi non vanno per la maggiore. Ma quando hanno ragione, hanno ragione. O forse è solamente il fascino dell’andar contro corrente, dello sfatare i luoghi comuni, che mi ha colpito. E proprio di questo ha parlato Thesmar, di quelle frasi fatte che circolano nell’ambiente economico, quegli slogan grazie ai quali gli interessi privati speculano sull’ignoranza dei cittadini. Il primo stereotipo a cadere sotto la scure è quello per cui «la concorrenza danneggia l’economia»: falso, è solo un meccanismo di difesa creato in tempo di crisi dalle grandi aziende per tenere a bada gli operatori emergenti. Insomma, quando non liberalizzare significa unicamente proteggere gli interessi della classe dirigente, qualcosa non quadra.
Thesmar sfata anche il paradigma secondo il quale «l’Europa, per uscire dalla crisi, dovrebbe re-industrializzarsi». Un argomento un po’ più grande di noi, ammettiamolo serenamente. Ma la caratteristica vincente di Thesmar è proprio quella di poter spiegare l’economia persino agli infanti: cita la Apple, che «non ha nessuna fabbrica negli Stati Uniti». Ma ciò non toglie che sia una mastodontica industria statunitense. Da questo punto di vista tornare all’industrializzazione non avrebbe alcun senso: la crescita non dipende, infatti, dal settore secondario. Ma allora da dove nasce il luogo comune del ritorno al manifatturiero? Di nuovo, da quei grandi imprenditori che, per tutelare la propria attività, spingono il mondo politico alla ricerca di finanziamenti.
Thesmar fa cenno a questi e altri stereotipi dell’economia moderna. Che magari, sotto sotto, sono proprio contraddizioni interne al sistema. Ma, come è stato scritto nelle linee guida del Festival 2014, «la qualità di una leadership va misurata sulla capacità di governare le situazioni nel vivo delle cose che accadono» e soprattutto «dentro le loro contraddizioni».

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giovedì 27 aprile 2017