La generazione che non c’è

La generazione che non c’è

La nostra generazione non esiste. O meglio, esiste solo in negativo: noi siamo quelli che «non avranno un lavoro sicuro», quelli che «non potranno metter su famiglia tanto presto», quelli che «non arriveranno alla pensione», quelli che «il lavoro non devono trovarlo, ma crearselo». Insomma, siamo quelli che «non devono essere troppo choosy». La nostra generazione non deve essere troppo schizzinosa.

Ma quale generazione? Non siamo né carne né pesce. Siamo quelli nati dopo gli yuppies ma prima dei nativi digitali, praticamente a metà tra la Milano da bere e i Pokemon. Siamo un’indefinita propaggine di quella che i Timoria definivano generazione senza vento, un prolungamento di quella progenie che a sua volta è nata all’ombra degli anni Sessanta e Settanta: viviamo romanticamente aggrappati ai sogni altrui, proiettati verso un futuro incerto.

Ma purtroppo non sono solo i sogni di chi ci ha preceduto a pesare come un masso sul nostro cammino: sono le loro scelte errate, le loro politiche tutt’altro che lungimiranti, a rendere ancora più tortuosa la nostra strada.

Siamo cresciuti convinti di poter far ancora di più di quelli che ci hanno preceduto, seguendo modelli oggi improponibili, persuasi di poter seguire a nostra volta quel trend positivo che da decenni ha accompagnato il nostro continente. Ma abbiamo preso un abbaglio, e adesso ci ritroviamo immobilizzati in cima alla nostra scomoda iperformazione, bloccati da una crisi socio-economica che sta pian piano sfociando in una ancor più devastante crisi esistenziale.

E allora non ci resta che dare un taglio al passato, tranciare quel cordone ombelicale che ancora ci tiene vincolati agli anni del boom, e darci una definizione, reinventarci. Reinventarsi vuol dire mettersi definitivamente in gioco, consapevoli di vivere in un momento storico durante il quale l’unico errore è restare immobili. Inutile piangere sul latte versato (da altri): piantiamola di pensare alle quaranta ore settimanali, allo stesso posto sicuro per tutta la vita, alla strada più facile. Iniziamo a pensare come se questo presente fosse nostro.

Non ci sono soluzioni pronte, anzi. Ma smettere di vedere il presente con gli occhi di chi guarda al passato è già un inizio, perché se la generazione di Omar Pedrini era senza vento, allora possiamo dire che oggi, beh, non c’è nemmeno un filo di brezza. Ergo, bisogna spingere come i tori. Perché? Per non ritrovarsi, tra quarant’anni, a ripetere le parole di Giorgio Gaber: «la mia generazione ha perso».

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venerdì 6 ottobre 2017