Insegnanti con le valigie in mano

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In una lettera pubblicata recentemente su un noto settimanale ho letto la storia del signor B., «uomo del profondo Sud (Sicilia)» che nel 1969, appena laureato, ricevette un incarico di insegnamento in una provincia del Piemonte e decise quindi di gettare il cuore oltre l’ostacolo (lo Stretto di Messina) partendo felice per insegnare la sua materia, “senza piagnistei ma felice perché aveva trovato un lavoro».
Un chiaro rimprovero a tutti quegli insegnanti che in questo periodo − con la Fase B del Piano assunzioni previsto dalla Buona Scuola − hanno contestato il Ministero dell’Istruzione per l’assegnazione di incarichi a tempo indeterminato in sedi lontanissime dalla propria residenza, una manovra definita dai docenti stessi come una vera e propria deportazione.

Io sono un giovane insegnante di Lettere, agli inizi della sua carriera, ma la notte in cui migliaia di docenti italiani aspettavano di conoscere il loro destino/destinazione (3 settembre 2015) ero molto teso anche io; cercavo di immaginare cosa avrei provato in quei momenti se avessi avuto più di quarant’anni, una moglie, dei figli piccoli, genitori anziani, una casa, un mutuo da pagare e all’improvviso fossi stato trasferito dall’altra parte dell’Italia, magari con non meglio precisati incarichi didattici ma solo per stare a disposizione dell’istituto (c’è anche questo, sì) e con uno stipendio sufficiente a malapena per pagare l’affitto e tornare saltuariamente dai propri affetti (N.B. lo stipendio degli insegnanti italiani è tra i più bassi d’Europa).
In tutta sincerità, non sono riuscito a darmi una risposta. Da una parte ragionavo sul fatto che l’occasione di un posto fisso, indeterminato, valesse bene dei sacrifici e soprattutto che molti insegnanti avessero davvero esagerato utilizzando un termine, ‘deportazione’, che riecheggia tragedie assolutamente incomparabili rispetto ad un trasferimento di lavoro; le parole sono importanti (cit. Moretti) e degli insegnanti dovrebbero saperlo forse meglio di chiunque altro. Prevedevo inoltre che molti insegnanti, quasi per vendetta, avrebbero tirato a campare tra permessi e malattie, giusto per arrivare alla fine dell’anno, a scapito ovviamente degli studenti.
Di contro, soprattutto dopo aver letto la lettera, ho pensato che il signor B. nel 1969 avesse 22-23 anni; era quella l’età in cui si incominciava a insegnare ed era normale sobbarcarsi sacrifici e lunghe trasferte per farlo, con la speranza però che verso i 30 anni o poco più si sarebbe ottenuto un trasferimento e un posto di ruolo nella scuola/località desiderata.
Altri tempi. Oggi mettere piede in un’aula a 24 anni è un’impresa; rimanerci a vita ancor di più, se non al prezzo di un eterno e logorante precariato.
Non si tratta quindi di una banale questione di attaccamento morboso al paesello e alla mamma, come accusava il signor B. alla fine della sua lettera. Non ridicolizziamo così gli insegnanti, vi prego. Lo fanno già tutti in questo Paese, insegnanti compresi.

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venerdì 18 agosto 2017