Che tempi

Che tempi

È un’esclamazione che si sente spesso, borbottata sommessamente dopo un’occhiata fugace alla prima pagina di un giornale: «Ah, che tempi!».

Ma che tempi? Non sappiamo definire l’epoca in cui viviamo. Nell’anno 1000 nessuno si sognava di vivere in un età di transizione, in un oscuro Medioevo. Tutti quanti, in ogni tempo, abitiamo un calendario che non sappiamo nominare ‒ eccezion fatta per quell’uomo scimmia di Roy Lewis, oltremodo consapevole di ritrovarsi nel Pleistocene; ma non tutti sono acuti quanto quel cavernicolo (inventore del fuoco e persino dell’amore).

Difficile dare un’etichetta ad un dato periodo storico partendo da un fatto, da una sensazione, se ci si vive dentro. Più “facile” semmai fare il contrario, come fece Verlaine: usare un’epoca passata per definire il proprio io presente. «Sono l’Impero alla fine della decadenza…». Questo notissimo paragone gli fu però possibile solo perché qualcuno, prima di lui e in termini meno lirici, aveva definito gli ultimi anni dell’Impero Romano come cadenti. Ma a definire quell’epoca non furono certamente i Romani che la vissero: quelli erano troppo presi a tener a bada i Barbari bianchi.

Chi sa dire che tempi sono? I quotidiani descrivono svolte storiche tutte le settimane, ma sono miti fragili, rivoluzioni di carta straccia, illusioni di chi vorrebbe cambiar tutto attraverso la narrazione di mutamenti mai avvenuti. Si pensi alla politica, a quegli apriscatole che arruginiscono in Parlamento, o a quei manifesti che tornano vent’anni dopo dall’oltretomba. Ma questi sono eventi talmente ripetitivi e sfumati da non lasciare il segno, non bastano a definire i nostri tempi.

Allora bisogna allargare lo sguardo sul lungo periodo, e sì, qui c’è aria di crisi. Wikipedia se ne lava le mani e, senza metter etichette, apre una voce sotto la dicitura Crisi economica del 2008-2013 (evidentemente i regolamenti di Wikipedia non permettono il carattere ? come limite cronologico).

E se Wikipedia non sa che dire, tanto vale lasciare l’onere agli storici, i quali, tra qualche decennio, affibbieranno all’attuale tracollo finanziario un nome fascinoso almeno quanto quello de La grande depressione del ’29 – etichetta che solo a sentirla fa tornare in mente fotografie ingiallite di folle protestanti davanti a banche e negozi.

Ma anche noi, con la nostra pur anonima crisi, abbiamo le nostre belle fotografie di folle instabili accalcate contro le vetrine dei negozi, e ne avremo ancora di altrettanto belle: il 10 settembre esce il nuovo Iphone.

«Stay foolish»

Che tempi!

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lunedì 1 maggio 2017