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Hakuna Matata, ma che dolce poesia

Nell’agosto del 2009 sono partita, assieme a un gruppo, alla volta dell’Africa. Il paradiso da raggiungere era un paesino dimenticato da Dio nel bel mezzo del Kenya, precisamente Kajuky. Ci attendeva un Padre che non conoscevamo di persona, ma che si era dimostrato disponibile e acuto dallo scambio di e-mail. Con lui, un centinaio di bambini: pochi vestiti addosso, infinito amore negli occhi neri-neri.
Ero intenzionata a respirare a pieni polmoni quell’esperienza. Avrei guardato il cielo blu profondo di cui avevo letto nei romanzi divorati da bambina, avrei riempito gli occhi di terra rosso fuoco e mi sarei lasciata trasportare dal vortice del movimento africano. Sapevo che sarebbe stata un’avventura mistica per me, ventunenne, abituata all’Europa. Perché proprio di questo si tratta: l’Africa più primordiale è semplicemente Africa, inspiegabile e difficilmente paragonabile a qualsiasi altro posto nel mondo.

Siamo atterrati a Nairobi e lì è cominciato un secondo viaggio, quello con il Matatu − (in swahili significa problema) il pulmino pubblico −. Non capii subito l’ironia, ma le successive dieci ore in quel mezzo furono il banco di prova per la nostra sopravvivenza delle settimane successive: continui cambi di marcia, strade interrotte, momenti di attesa interminabili davanti al mezzo arenato, sabbia carica, portata dal vento, che si appiccica alla pelle, colori appariscenti in ogni dove, voci forti e profonde.

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Il periodo trascorso in quell’angolo di mondo mi ha messa in contatto con valori nuovi, di cui oggi non voglio più fare a meno.
Mi ha insegnato l’importanza dell’attesa. Saper aspettare che la persona vicina prenda un proprio tempo, per decidere, per parlare, per agire, e rispettare la sacralità di quel momento. Saper attendere fermandosi in silenzio, riposando per ricaricare le forze. Avere fiducia che il tempo farà luce.
Mi ha regalato il senso del tatto, per me prima poco esplorato. Ricordo mani, continui baci ricevuti e dati. Ricordo di aver perso il confine del mio corpo: bambini caricati sulle spalle, avvinghiati alle gambe, stretti forte alla mia pancia e aggrappati al collo.
C’è un’altra capacità che mi ha cercato di affinare: “Accettare gli eventi che non si possono cambiare”. In questa materia, però, sono stata rimandata.
Quel viaggio mi ha donato un amico speciale, nero-nero, buono-buono che mi ha fatto da guida per l’intera avventura. Mi ha accompagnata in molte capanne, dove vivevano i bambini della sua scuola e mi parlava della scomparsa dei loro genitori. Me ne parlava come di un evento naturale: “Accade, è uno dei passaggi della vita”. Profumava di acqua di colonia, sorrideva e mi chiamava la sua friend for life.
Ora che anche lui ha affrontato quel “passaggio della vita”, a me manca tanto. Non sono ancora capace di fare mia questa leggerezza d’animo africana che guarda alla morte con una profonda consapevolezza e per l’appunto accettazione.

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