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“Vuoto a perdere”

Con l’espressione vuoto a perdere – utilizzata solitamente in contesto commerciale, tra fornitori e clienti, soprattutto all’ingrosso – s’intende, in contrapposizione con “vuoto a rendere”, che il contenitore – di solito una bottiglia o un vasetto di vetro o plastica dura – può essere gettato e non deve essere restituito.

Nell’uso quotidiano, tuttavia, l’espressione ha preso un valore diverso, figurato, relativo a una situazione scomoda dalla quale non si riesce a separarsi, come un nodo impossibile da disfare, un legame vincolante e nocivo.

Il vuoto a perdere diventa allora un singolo di successo, scritto da Vasco e Gaetano Curreri per Noemi, un libro e un sito che si interrogano sugli aspetti non chiariti del caso Moro e chissà quante altre creazioni sono ispirate a questo secondo significato dell’espressione.

Pare però curioso che dal primo significato “da non restituire” si arrivi a qualcosa che, auspicabilmente, sarebbe invece proprio “da restituire”, allontanare da sé per separarsene: rinviare al passato una situazione o condizione che non ci appartiene più, che non fa più parte di noi stessi, per poter vivere il presente serenamente, oppure vederci “restituite” le informazioni non avute su un caso, riguardo una vicenda che all’epoca era scomoda, ma di cui oggi vorremmo sapere gli aspetti nascosti.

A meno che non si parli di “vuoto” in senso lato, non ci si riferisca cioè a quello spazio di silenzio interiore, tanto ambito dagli esercizi di meditazione e tanto difficile da trovare pure quando fuori c’è un silenzio assordante.
Se così fosse, allora sarebbe da intendere che più si trattengono, senza “restituirli”, legami vincolanti e nocivi, meno sarà possibile trovare silenzio dentro a quel vuoto, che si perderebbe quindi, inesorabilmente.

Vuoto a perdere, dunque – ma questo è chiaramente e soltanto un azzardo non verificato, forse non verificabile – come un monito, per non dimenticare che, se ci si ingombra (di preoccupazioni, pensieri, irrisolti, non detti, manie, nostalgie, ecc.), inevitabilmente si perde spazio, possibilità di manovra, capacità di muoversi. E quando è così, piano piano, pure la libertà comincia in parte a compromettersi.

Nel dubbio, meglio allora gettarli via subito questi ingombri, o restituirli, anche nel caso in cui i “fornitori” facessero resistenza. Per crescere, senza immobilizzarsi a guardare il passato, proprio come canta Noemi.

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I vostri commenti all'articolo

1
  1. masadellenevi

    Interessante riflessione… grazie

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lunedì 4 Marzo 2024