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Un amaro caffè nerazzurro

Compagni, il gioco si fa peso e tetro

comprate il mio didietro

io lo vendo per poco.

 

Un solo anno è durato il mio riavvicinamento al mondo del calcio. Per carità, non mi si fraintenda: è stato un anno bellissimo per noi dell’Inter. Un po’ perché ci si era abituati a stagioni pessime, un po’ perché la squadra era bella davvero. Poi, subito dopo la vittoria dello scudetto, è cominciato il cataclisma.

Ad aprire le danze è Antonio Conte: il 26 maggio saluta la panchina dell’Inter dopo due anni di (pur ottimo) lavoro. Perché lasciare una squadra all’apice del suo potenziale? Perché Conte vuole di più. Non accetta lo stato di crisi economica della società, vuole (tanti) soldi da spendere nel calciomercato estivo. Non li ottiene, ovviamente, e così arriva l’addio. Già qui è evidente quale sia l’unico interesse che ruota attorno al calcio ma, per i più distratti, l’Inter si è presa la premura di renderlo ancora più esplicito, mettendo bene in evidenza lo sponsor col simbolo del dollaro sulla nuova maglia. Geniale.

Pochi giorni dopo, la tragedia. Christian Eriksen, centrocampista nerazzurro, ha un grave malore in campo durante gli Europei. Per fortuna il danese sembra essersi ripreso al meglio, ma difficilmente tornerà a giocare a San Siro, per via della (giustamente severa) normativa italiana in ambito di medicina sportiva. A Eriksen quindi non si può che augurare il meglio, con l’amara consapevolezza di aver perso un altro tassello fondamentale, nonché una bella persona.

L’Inter non pensa due volte al suo sostituto e pochi giorni dopo c’è già l’ufficialità: Hakan Çalhanoğlu lascia il Milan e si unisce alla Curva Nord. Lo stesso Çalhanoğlu che, con la maglia della nazionale turca, nel 2019 esultò facendo il saluto militare: un chiaro messaggio di sostegno lanciato alle forze armate turche, impegnate nel massacro dei curdi in Siria. Non è questa la sede per aprire dibattiti etici, ma sarebbe interessante riflettere su quanto conti la persona che sta dietro al giocatore e quanto, invece, contino gli assist e i gol che questi porta alla squadra.

Achraf Hakimi ne ha fatti tanti, di assist e di gol, in maglia nerazzurra. È stato un elemento cardine della conquista dello scudetto, aveva instaurato un feeling raro tanto con l’allenatore quanto coi compagni. Quanto è durato? Una stagione. In questo momento, sta già facendo faville col Psg che, saggiamente, non se lo è lasciato scappare. Arrivati a questo punto, la situazione sembra talmente sconfortante da non riuscire a immaginare uno scenario peggiore. E invece.

Invece arrivano due addii che pesano come macigni: Romelu Lukaku e Lele Oriali. Le dinamiche della rottura con Oriali non sono (ancora) chiarissime; le ragioni del numero 9, al contrario, sono lapalissiane. Il Chelsea gli fa un’offerta a quanto pare irrinunciabile e a Lukaku – che poco prima aveva giurato amore “eterno” all’Inter – basta una partita per baciare la nuova maglia.

Insomma, in una sola estate l’Inter è stata capace di ricordarmi per quale motivo io mi fossi allontanata dal mondo del pallone: troppi (davvero troppi) soldi, troppe prese in giro nei confronti di chi ha a cuore la squadra o di chi, comunque, crede ancora nello sport.

Chi tifa ciecamente, qualsiasi cosa faccia la società, non dà alcun valore alla squadra. E, soprattutto, viceversa.

Sport
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martedì 31 Gennaio 2023