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Pornografia del dolore

Due grossi incidenti hanno scosso il mondo del ciclismo nelle scorse settimane. Non grossi per l’entità dell’incidente in sé (purtroppo ne capitano di peggiori), ma per i nomi coinvolti. Il primo è avvenuto alla Dwars door Vlaanderen il 27 marzo e ha avuto per protagonista Wout van Aert: caduto in un tratto percorso ad alta velocità, il fenomeno belga si è fratturato la clavicola, sette costole e lo sterno. Van Aert era uno dei nomi più attesi al Giro d’Italia, oltre che al Giro delle Fiandre e alla Parigi-Roubaix, ma ha dovuto comprensibilmente rinunciare a queste corse. 

Il secondo incidente è avvenuto nel corso della quarta tappa del Giro dei Paesi Baschi. Vittime, tra gli altri, anche i principali ciclisti del panorama internazionale: Jonas Vingegaard, Primož Roglič (caduto peraltro anche il giorno prima) e Remco Evenepoel. Ad avere la peggio è stato proprio il danese vincitore degli ultimi due Tour de France, con la rottura della clavicola, di alcune costole e con un pneumotorace: a rischio non c’è solo la sua partecipazione al prossimo Tour, ma forse l’intera stagione.

Questi due grossi incidenti hanno sollevato diversi interrogativi circa la sicurezza dei ciclisti. Sono discussioni che ciclicamente tornano in auge e che hanno già dato alcuni risultati. Per esempio alla Parigi-Roubaix è stata inserita una chicane prima dell’ingresso in un insidioso tratto di pavé che solitamente i ciclisti approcciavano a quasi 70 chilometri orari: in questo modo la velocità è stata più che dimezzata. Ciò che qui ci interessa maggiormente sono però le discussioni sorte in seno ai giornalisti che si occupano di raccontare quanto succede in corsa. Le immagini di van Aert seduto a terra in lacrime con tutta la schiena scorticata dopo la scivolata a terra – o quelle di Vingegaard immobilizzato sulla barella, attaccato alla bombola dell’ossigeno e trasportato via in ambulanza – aggiungono qualcosa alla narrazione? O è solo pornografia del dolore?

Si dirà: dovere (e diritto) di cronaca. Vero. Ma c’è un punto oltre al quale la cronaca non riguarda più il racconto dei fatti, ma diventa sensazionalismo e clickbait, si trasforma in  gusto per il macabro e in voyeurismo. I due incidenti hanno sconvolto tutti gli spettatori che guardavano le gare in televisione. Immaginiamo quindi quale effetto possa avere avuto sui familiari di van Aert, di Vingegaard, di Evenepoel. Sono fotografie di dolore stampate in maniera indelebile nella memoria. Va bene allora il diritto/dovere di cronaca, ma un minimo di autocensura volto a tutelare la dignità dei ciclisti incidentati e delle loro famiglie non sarebbe più auspicabile? Il che non significa non raccontare quanto è successo o non mostrare più le cadute. Ma semplici accorgimenti, come blurare o pixelare certe immagini, non richiedono particolari sforzi. E possono fare la differenza.

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domenica 26 Maggio 2024