L’atleta del mese – Steph Curry, il bambino tra i giganti

Che siate o no amanti dello sport, è innegabile che ci siano (o che ci siano stati) atleti e atlete in grado di emozionare – se non addirittura di rivoluzionare – tutto il mondo. Questa rubrica sportiva, “L’atleta del mese”, non pretende certo di ripercorrere l’intera storia di ogni sport: vuole essere uno spazio dedicato alla scoperta di grandi nomi (vecchi e nuovi) delle tante discipline che animano il panorama sportivo. Il primo protagonista di questo appuntamento mensile è Steph Curry, playmaker dei Golden State Warriors.

Immaginate di essere alti un metro e novanta, mentre chi vi sta attorno e vi marca supera agevolmente i due metri. Immaginate di pesare ottantacinque chili, mentre tutti gli altri pesano almeno quindici chili più di voi.

Immaginate poi di avere superato da un po’ la trentina, di essere stati fermi ai box per quasi un’intera stagione a causa di un grave infortunio alla mano, di avere caviglie fragili, quelle maledette caviglie che vi hanno tolto tanto in passato. E tutto attorno a voi c’è una lega giovane, rampante, che corre rapida e si ricicla ogni anno e ogni anno fagocita ed espelle chi non sa stare al passo. È la National Basketball Association – nota ai più come NBA – e, nonostante quanto scritto finora, Steph Curry è uno dei suoi rappresentanti più luminosi.

Infatti, non c’è dubbio che uno dei giocatori più forti e dei principali uomini-immagine della lega sia proprio il playmaker dei Golden State Warriors, nonostante un’altezza e un peso non eccezionali (per quegli standard) e nonostante gli acciacchi fisici. A differenza di LeBron James, mito per tanti versi inarrivabile, Curry rappresenta infatti l’eroe “a portata di mano”, il giocatore in cui tutti si possono identificare, non solo grazie alla sua fisicità più “canonica”, ma soprattutto perché incarna perfettamente l’american dream: tanta fatica, tanto lavoro per arrivare (e stare) a quel livello. Solo così Curry riesce a supplire ai suoi limiti fisici.

Questa stagione è emblematica. Dopo aver perso i compagni che avevano collaborato a molti dei successi degli Warriors negli ultimi anni (Kevin Durant, che ha cambiato squadra lo scorso anno, e Klay Thompson, fuori tutta la stagione per infortunio), Curry si è trovato solo, con una squadra giovane e inesperta che sta letteralmente trainando ai play-off contro ogni aspettativa. Ciò che più colpisce non sono i numeri incredibili (quasi quaranta punti di media a partita nel solo mese di aprile), ma l’apparente semplicità del suo gioco, la naturalezza dei suoi gesti tecnici, che a nove cestisti su dieci risulterebbero impossibili.

Perché? Perché Steph Curry si sta divertendo un sacco. Gioca con la tranquillità del campione consapevole dei propri mezzi. Sembra aver raggiunto una sorta di pace interiore che avvolge anche i compagni di squadra, che infatti migliorano partita dopo partita. E una stagione che all’inizio tutti bollavano come transitoria e deludente ora potrebbe portare grandi soddisfazioni.

Insomma, il bambino non teme di giocare tra i giganti. Anzi, vale più spesso il contrario.

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sabato 18 Settembre 2021