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Il ciclismo è uno sport eroico?

Viviamo in un’epoca di difficile definizione, anche quando parliamo di ciclismo. Provo a spiegarmi. Ci hanno sempre presentato il ciclismo come lo sport più difficile, o uno tra i più difficili. Chi lo pratica a livello professionistico passa ore e ore in bicicletta tutti i giorni per allenarsi; partecipa a competizioni che spesso superano i 200 chilometri di lunghezza; pedala sotto qualsiasi cielo, al caldo e al freddo, sferzato dalla pioggia e bruciato dal sole. Di qui il fiume di retorica che ha spesso investito il ciclismo e che si può sintetizzare in un’unica espressione: il ciclismo è uno sport eroico perché fatto di fatiche disumane. 

Poi accendiamo la televisione e proviamo a cercare questo ciclismo eroico fatto di disumane fatiche. Assumendo ciò che sembra logico: quanto più alto il livello, tanto più disumane le fatiche. Cioè: chi vince vince perché passa più ore in bicicletta degli altri, sopporta di più e meglio le fatiche, i chilometri, i cieli amici e nemici. Eppure la logica si scontra con la realtà dei fatti. Basta guardare i principali interpreti del ciclismo contemporaneo e la facilità con cui vincono le gare. Tadej Pogačar ha dominato il Giro d’Italia 2024, facendo quel che gli pareva in salita e in discesa, dispensando sorrisi, strette di mano, borracce in qualsiasi situazione, anche in contesti in cui eravamo abituati a vedere i ciclisti concentrati al limite della trance. Eppure lui è sempre apparso leggero, quasi incurante dello sforzo.

Lo stesso discorso vale per van der Poel, van Aert, Vingegaard, Evenepoel, cioè per tutti quei fenomeni del ciclismo che evidentemente fenomeni lo sono per davvero, grazie alla loro capacità (innata? inconscia?) di sfuggire alla definizione vulgata di ciclismo eroico. Cioè, il loro rimane un ciclismo eroico, ma non per le fatiche disumane che devono sostenere. Come si fa a credere che un ciclista che in salita prende la borraccia da un massaggiatore e la allunga a un bambino che gli sta correndo a fianco stia compiendo sforzi fuori dai limiti umani? O che si volta alla telecamera e sorride, mimando il gesto del full gas prima della salita decisiva di una tappa? Viviamo allora davvero in un’epoca di difficile definizione quando parliamo di ciclismo. E sicuramente, se c’è, l’eroismo allora sta altrove.

Non che sia fondamentale capire dove sta, comunque. Qualora ci fosse davvero bisogno di eroi, sarebbe meglio averli in campi cruciali della vita umana, e lasciar perdere il ciclismo. La bellezza di questo sport sta anche nel silenzio delle gesta dei suoi interpreti, che devono risparmiare il fiato per sprigionare tutta la potenza possibile sui pedali. Del resto, non c’è bisogno di tante parole: a volte basta appena un sorriso o una stretta di mano per renderti eroe agli occhi di un tifoso. 

Sport
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lunedì 24 Giugno 2024