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FDS 2023 – Ronaldinho: un incontro ravvicinato del terzo tipo, con la dieci sulle spalle

L’Auditorium Santa Chiara strabordava di persone, la fila è stata chilometrica già dal tardo pomeriggio per arrivare alle 20, inoltrate chiaramente, per assistere a una delle talk più attese dell’intero Festival: Ronaldinho è salito sul palco costellato dalle sue magliette, da una piccola orchestra e da qualche gagliardetto della Seleçao, nel panico momentaneo del pubblico, chiaramente in visibilio. Il racconto, guidato da Filippo Maria Ricci, è partito dagli albori, dalla famiglia – con il fratello Roberto onnipresente, seduto in prima fila, ma anche con i racconti della dura vita prima dei mondiali e del Pallone d’Oro – e dalle prime partite col Gremio. Dinho non è mai uscito dal “personaggio”, se così si può definire, lui stesso lo conferma “di essere sempre lo stesso”: sorrisone a 32 denti e tanti aneddoti che per lui, un extra-terreste tra gli umani nel “suo” sport, sono la regola.

Ronaldo De Assis Moreira, diventato Ronaldinho solo approdando in nazionale, per via della concomitanza di un’altra leggenda omonima, il Fenomeno, ha raccontato del Barça, tra Rijkaard, definito come uno dei migliori di sempre, e Messi – per cui è stato lui a confezionare i primi due assist, il primo annullato per fuorigioco e il secondo regolare ne è stata la fotocopia – ma anche di tutti gli altri step della sua carriera. Il Paris Saint Germain, lontanissimo da quello che è oggi, viene scelto anche perché suo fratello Roberto gioca in Francia, e il mondo europeo non può che sorridere: l’approdo di Dinho ha aperto una nuova era all’insegna del Joga Bonito, del ballare sul campo, ma non per le esultanze, o perlomeno non solo, un po’ come il goal al Chelsea con la maglia blaugrana, lui stesso ammette che dentro c’era “un po’ di samba”. Arrivati al racconto del Milan la folla non ha potuto trattenersi, i milanisti si sono fatti sentire, ma i giovanissimi presenti ancora di più. La prima maglietta lanciata è del Brasile, poi un ragazzo un’altra con stampata la standing ovation del Bernabeu, in quel classico che sicuramente ha fatto innamorare del suo gioco, e così via: una del Milan, un’altra ancora del Brasile, finché la security non ha potuto più trattenerli.

C’è stata una totale invasione di palco, fatta da ragazzi e bambini che stanno crescendo, nonostante siano passati gli anni, con una delle 4 “R” di quel Brasile campione del mondo (Rivaldo, Ronaldo, Ronaldinho e… Roberto Carlos, “che era più un attaccante”, forse troppo per l’Italia). La discussione, incalzata da un forte pressing del moderatore Ricci, è stata un susseguirsi di risposte come “lindo”, “bonito”, “bellissimo”, perché la carriera di Ronaldinho è stata “bonita” così, nonostante il divertimento e la “poca testa” che tanti gli hanno imputato negli anni, ma, del resto, se fosse stata tolta questa componente avremmo parlato di un altro giocatore. L’umiltà che lo ha sempre accompagnato è stata evidente incontrandolo alla fine dell’evento – sospeso prima del previsto per l’invasione “dei piccoli” – per scambiare due parole: <<Dinho, sabes que fuiste el mejor en el jugar bonito? (Sai di essere stato il migliore nel jogar bonito?)>>, un sorrisone, un grazie, una stretta di mano e uno shaka, sono più che abbastanza per riassumere quello che è stato un incontro ravvicinato del terzo tipo, con la numero dieci sulle spalle.

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lunedì 24 Giugno 2024