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Dimissioni Mancini: sono davvero un peccato?

61 incontri, 37 vittorie, 15 pareggi, 9 sconfitte, con 123 gol realizzati, 45 subiti, per un totale del 60,66% di vittorie: i numeri di Roberto Mancini alla guida della nazionale, senza prendere in considerazione i traguardi tagliati, sarebbero – quasi – da record. Mettendolo a paragone con gli altri Ct che hanno superato almeno le venti presenze, sarebbero giusto 3 quelli con una ratio migliore della sua sulle vittorie in percentuale, alzando la soglia delle presenze resta solo Pozzo, irraggiungibile.

Sono stati 5 anni di panchine in cui 57 giocatori hanno avuto modo di esordire: dai primi all’inizio del “ciclo”, Berardi e Zaniolo per esempio, passando per altri, che hanno raggiunto la maturità calcistica solo di recente, alla Di Lorenzo, e concludendo con le nuovissime leve, come Miretti e Pafundi. Non è mai stato possibile mettere in dubbio la volontà di costruire sul lungo termine, almeno fino alle dimissioni, cadute sulla nazionale come un fulmine a ciel sereno, via Pec e qualche giorno prima di ferragosto: lo stravolgimento dell’organigramma era arrivato dieci giorni prima e l’allenatore ex Samp era stato promosso a coordinare dall’Under 20 alla nazionale maggiore. Il palmares del Mancio si è ampliato con la vittoria di Euro2020, ma non può essere un elemento di distrazione dalla mancata qualificazione al mondiale, motivo per cui Ventura, allora Ct, fu messo alla gogna mediatica nel 2018. Nemmeno con la Nations League i numeri sono stati relativamente pessimi, per una squadra che nel frattempo si è laureata campione d’Europa: un 2° posto nel 2018-2019 (secondo su tre, 1 vittoria in 4 partite) e un 3° posto consolatorio, alla fase finale, dopo la sconfitta in semifinale con la Spagna.

Il bilancio non sembra essere drastico per la federazione, ci vuole molto per ricostruire un intero settore in stato di decadenza, come lo era la nazionale post Mondiali 2014, il problema è “come” alcuni risultati sono arrivati, un po’ come l’eliminazione dalla qualificazione alla Coppa del Mondo, contro la Macedonia del Nord: l’umiliazione è indiscutibile. È altrettanto degradante rimanere per un paio di giorni senza un allenatore a stagione – dei club, chiaramente – iniziata, a meno di un mese dal successivo impegno della nazionale.

Si è parlato di soldi arabi, ma la smentita, del mister, era stata prontissima, fino all’ufficialità della firma con la nazionale saudita: il Mancio ha confermato di come le incomprensioni con Gravina siano state la goccia capace di far traboccare il vaso, dice che non è per denaro. Il presidente della Fgic non può sentirsi meno responsabile in questa caduta di stile che la panchina azzurra ha vissuto, perché il mister ha sentito i nomi imposti dall’alto, nello stravolgimento che ha visto figure alla Evani, vice per tutto il percorso, venire allontanati, quando l’allenatore aveva chiesto una conferma dello stesso gruppo. L’errore sta forse nell’aver confermato un gruppo dichiaratamente non adeguato per tutto questo tempo.

Il mister dice di non essere scappato, che si tratta di un gesto d’amore, la colpa cade su Gravina, sicuramente “colpevole” a modo suo, ma resta che Mancini ha raggiunto la sua personalissima Hammamet (Riyadh) senza che nessuno potesse perlomeno lanciargli una singola monetina, senza che alcun tifoso della nazionale potesse chiedergli “Perché oggi? Perché non dopo la Macedonia?”. C’è chi è finito nella lista nera del tifo per molto meno. Forse, tutto sommato, non c’è così da essere tristi: il rapporto era logorato e il Mister mancava di quell’entusiasmo che aveva riportato nelle case di tutti gli italiani, a distanza di anni, un elemento che ci ha tenuto stretti, incollati, durante le notti di Euro2020.

Adesso che l’immagine del condottiero della nazionale nella propria miglior avventura dal 2006 diventerà un ricordo, destinato ad entrare negli annali come una delle conclusioni più difficili da spiegare su quella panchina azzurra, tanto amata e riverita dalla popolazione calcistica italiana, il comando passa a Luciano Spalletti, fresco del blasone del terzo tricolore azzurro.

“L’eterno secondo” ha interrotto il ciclo, proprio per questo, ora, possiamo sperare che per questo salto tra i due allenatori, valga lo storico slogan del mister campione d’Italia in carica: “Uomini forti, destini forti, uomini deboli, destini deboli”. Non c’è altra strada.

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lunedì 4 Marzo 2024