D10S ha muerto

Quando arrivano le prime indiscrezioni, tutti sperano di non doverci credere. Non sarebbe la prima volta che lo danno per morto. Si fa finta di nulla e si va avanti con questa esistenza a metà confezionata dalla pandemia.

E’ il Clarín di Buenos Aires a prendersi la responsabilità, il giornale più letto d’Argentina. È ufficiale, è vero: Diego Armando Maradona murió. E nell’era di internet, la notizia è in Italia in un battito di ciglia. Raggiunge gli studi televisivi, le redazioni dei quotidiani e, attraverso i social, anche i vicoli di Napoli. Dove è come se qualcuno, all’improvviso, togliesse l’ossigeno dall’aria. La gente si riversa per strada, incurante di ogni norma sul distanziamento sociale, specialmente nelle zone più difficili della città. Fino a notte fonda è un susseguirsi di cori e commemorazioni spontanee, mentre allo stadio San Paolo si forma un curioso pellegrinaggio di fronte a un altarino improvvisato, e più di qualcuno si inginocchia come si fa in chiesa.

Maradona – senza aggettivi o presentazioni – era questo: l’idolo di una religione civile eccessiva e sconsiderata, incapace di senso della misura come ogni amore incondizionato. Per molti, il simbolo di una rivalsa unica nella vita intera: l’uomo che ha portato il Napoli per due volte sul tetto d’Italia, a vincere lo scudetto contro le grandi squadre del nord, rovesciando una sudditanza secolare. Due scudetti rimasti nel cuore dei figli più umili di una città cui hanno restituito l’orgoglio, negli anni’80 delle guerre di camorra e della disoccupazione endemica, quando in trasferta i tifosi napoletani erano accolti regolarmente col grido Napoli colera, perché al nord era ancora vivo il ricordo dell’epidemia del 1973.

Quella del pibe de oro, del resto, è la perfetta biografia del capopopolo, partito dalla periferia di Buenos Aires e diventato grande al Boca Juniors, al Napoli e al Barcellona, senza mai perdere il modo di pensare e lo slang di strada con cui era cresciuto. Esagerato in tutto, fu ammiratore di Che Guevara e amico di diversi leader politici, tra cui Fidel Castro e Hugo Chavez. Fu grande anche in Nazionale, con cui vinse, da capitano, il mondiale del 1986, vendicando con la mano de dios la sconfitta nelle isole Malvinas, ed eliminò l’Italia nella semifinale del mondiale 1990, giocata in un San Paolo di Napoli schierato in buona parte con lui.

Leggendaria, a detta dei colleghi, era la sua pigrizia in allenamento, compensata dalla capacità di fare prodigi senza eguali palla al piede. E’ rimasta nella storia, in particolare, la danza improvvisata durante un riscaldamento in un match di Coppa Uefa – si parla dell’edizione 1988/89, vinta in seguito proprio dai partenopei – quando Diego incantò lo stadio palleggiando a ritmo di musica, del tutto incurante dei compagni di squadra che, attorno a lui, si scaldavano agli ordini dell’allenatore.

Certo, su Maradona – l’umano, non la leggenda – rimarrebbe molto da dire. Sulla lunghissima tossicodipendenza, sulle vicissitudini familiari e fiscali, sulla violenza inflitta al suo corpo con l’obesità, che lo costrinse a due diverse operazioni chirurgiche. C’è anche chi ha fatto notare come sia immorale beatificare un semplice calciatore, come sta avvenendo a Napoli o in Argentina. Come se Maradona fosse solo un calciatore. Le parole migliori, in generale, le ha spese Pep Guardiola, riprendendo uno striscione appeso in Argentina, dalla sua gente: «Non importa ciò che Diego ha fatto con la sua vita. Importa ciò che ha fatto per le nostre».

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sabato 25 Settembre 2021