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Baci di Giuda: Perché un bacio alla maglia conta ancora così tanto nel calcio? 

Un Billy Costacurta, chiaramente innervosito, chiede al piccolo pubblico presente davanti a lui nello studio di Sky Sport, “perché Donnarumma bacia la maglia?”, lui non lo capisce e forse nemmeno i tifosi milanisti. È l’aprile del 2021 e, dopo una lunghissima telenovela, Gigio finirà a distanza di qualche mese per firmare con il PSG, toccando un minimo storico nei rapporti con i tifosi del Diavolo, che da bambino-gigante lo avevano visto lanciarsi nel “Mondo dei Grandi”. Lo stesso sgomento fu proprio dei tifosi della Roma, quando Miraem Pjanic firmò per la Juve, dopo tanti baci che, a pensarci poi, forse erano baci di Giuda. Ma perché – quella che sembra una banale dimostrazione di affetto – non va proprio giù ai tifosi se uno dei loro innumerevoli pupilli sceglie di “abbandonarli”?

Un bacio viene definito dalla Treccani come il “premere le labbra su qualcosa, o qualcuno, per esprimere amore, venerazione, affetto e devozione”. Adottando la prospettiva di un tifoso “da curva”, votato totalmente al proprio credo calcistico, e mettendo in relazione queste parole con lo stemma di una squadra di calcio, il suo valore e la sua simbologia, il gesto potrebbe solo esacerbare il peso dell’azione: diventa il massimo livello di rispetto ed onore nei confronti della propria formazione, un limite verso cui tanti scelgono di spingersi, ma da cui molti finiscono per essere scottati. La pantomima in una circostanza simile, nonostante la semplice giustificazione potrebbe essere quella dell’intensità di un momento appena vissuto, è pari a poche, perché manda un messaggio che va ad alzare le aspettative degli irriducibili sugli spalti, ma è proprio quel carattere momentaneo, che resta comunque una grande scusante, a rimanere indigesto ai più: dopo un bacio alla maglia sei quasi vincolato a restare per chissà quanto. Nella costante romanticizzazione di quello che “non è solo un gioco”, questa retorica va avanti da anni, di pari passo con lo sviluppo dello sport, del business e del mondo in generale attorno a cui ruota.

Quando il calcio era effettivamente “solo uno sport”, e di soldi ne giravano molti meno, le leggende proliferavano: molti sceglievano la stessa maglia per dieci, quindici anni, se non per un’intera carriera; la maggior parte di questi nomi, però, sono avviati verso il ritiro o hanno già appeso gli scarpini al chiodo, pensiamo ai vari Reus, Busquets o Joaquin, se uno di loro avesse scelto di baciare la propria maglia nessuno si sarebbe permesso di contestarli. La prospettiva di chi è separato dal campo di gioco da una grata, da uno steward, o solo da qualche metro di distanza è proprio questa: prima di tutto viene il rispetto verso i propri colori, ma rovesciando la prospettiva, per arrivare a una visione globale, la situazione cambia drasticamente. Quello che rimane fuori dalla retorica delle “leggende” è lo stesso fattore che porta a scontri e incomprensioni: la costante dimenticanza che quando si parla di calciatori, non si parla mai di supereroi, sono persone prima e  lavoratori poi.

Di esempi ce ne sono a bizzeffe: dal bacio appassionato, da tifoso, di Riccardo Calafiori, dopo il primo gol europeo con la “sua” Roma, a quello per scaricare la tensione di Balotelli, che – dopo aver chiuso malissimo con l’Inter, aveva trovato il suo posto nel mondo a Milano, dai cugini rossoneri, o ancora quello di provocazione di Wayne Rooney nei confronti dei suoi ex tifosi dell’Everton, dopo un passaggio shock allo United, e così via.

Tutti hanno delle matrici in comune: l’emozione e il messaggio forte che si vuole mandare alla propria tifoseria, perché – per quanto i baci di Giuda abbiano stravolto le giornate e i campionati di moltissimi tifosi – si tratta “solo” di un bacio, che se dato in un momento di folle innamoramento per i propri colori, non dovrebe mai essere malvisto da una tifoseria sana.

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mercoledì 17 Aprile 2024