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Addio a Ezio Vendrame, poeta del calcio anni ‘70 – Luca Rinaldi

Ezio_Vendrame ok

22 maggio 1977, Padova-Cremonese, quartultima giornata del campionato di serie C. Gli ospiti sono a un passo dalla promozione e i padroni di casa quasi certi della salvezza. Va da sé che il punto garantito dal pareggio faccia gola a entrambe le squadre. Così, al 70° la partita è inchiodata sullo 0 a 0 e i giocatori cincischiano a centrocampo, tra i fischi del pubblico.

Nel Padova gioca un’ala di quasi 30 anni dal talento cristallino. Si chiama Ezio Vendrame, ha i capelli lunghi come i giovani della contestazione che in quegli anni infiamma le università ed è finito sui campi di provincia dopo aver sprecato la grande occasione al Napoli di Luís Vinício, giunto secondo in serie A dietro la Juventus.

D’improvviso prende la palla e punta la propria porta. Sotto lo sguardo attonito dei compagni supera il portiere, che si lancia in uscita tentando di fermarlo. Porta la palla sulla linea e si ferma lì, appena in tempo. Poi si gira e calcia lungo nell’altra metà campo, come se nulla fosse successo. A chi gli chiederà perché l’ha fatto, risponderà di aver voluto salvare l’emozione, dopo 70 minuti di quella melina indecente. C’è riuscito fin troppo: quel pomeriggio uno spettatore morirà d’infarto. Vendrame commenterà la notizia dicendosi stupito che ai cardiopatici sia permesso venire a vederlo giocare.

Per chi è di Padova e frequenta il calcio – è il caso di chi scrive – è impossibile non conoscere l’aneddoto. Vendrame è un’icona della storia biancoscudata, assieme alle chitarre di Alexi Lalash e al vecchio Stadio Appiani, la bombonera in pieno centro storico capace di accogliere più di 20.000 spettatori, tutti rigorosamente in piedi. Un ribelle naturale, il cui anticonformismo andava ben oltre i lunghi ricci neri di cui era gelosissimo. Uno spirito goliardico capace, coi piedi, di disegnare magie che facevano da ciliegina alla sua irriverenza. Come quando contro l’Udinese, beccato dai tifosi avversari, prima di battere un calcio d’angolo si soffiò il naso con la bandierina e indicò al pubblico che avrebbe fatto gol direttamente da lì. Cosa che puntualmente avvenne.

Ezio Vendrame non era un calciatore, ma un intellettuale in scarpini. Smesso col calcio giocato, scrisse numerosi libri di poesie e un bellissimo testo di memorie, Se mi mandi in tribuna godo, lettura obbligata per chiunque ami il calcio, la letteratura o entrambe le cose.

Anni fa Gianni Mura, una delle penne migliori del giornalismo sportivo italiano, riuscì a convincerlo a concedergli un’intervista. L’ex giocatore gli diede appuntamento nel cimitero del suo paese natale, Casarsa della Delizia, dov’è sepolto Pier Paolo Pasolini. Si fece intervistare davanti alla tomba.

Oltre all’infelice parentesi al Napoli, Vendrame prima di giocare col Padova aveva giocato col Lanerossi Vicenza, che a suo volta l’aveva acquistato dal Rovereto (erano tempi in cui il calcio trentino diceva ancora la sua). Si è spento qualche giorno fa, al termine di una lunga malattia. Ora potrà finalmente raggiungere Pier Paolo e gli altri poeti come lui.

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