Wish You Were Here

Dopo il successo stratosferico di The Dark Side of the Moon (1973), i Pink Floyd sono sfibrati e scontrosi, apparentemente privi di idee e di voglia di farsene venire. Sì, c’è qualcosa, e quel qualcosa è soprattutto una suite lunghissima, intitolata (al tempo) Shine on. Manca però la scintilla, qualcosa che li levi dall’apatia litigiosa nella quale sono immersi. Ci pensa Roger Waters: è lui che convince gli altri membri della band a dividere la suite in due parti – da porre a incipit ed explicit del nuovo album – e a inserire tra esse alcune tracce, come se fossero chiuse in un abbraccio.

Wish you were here parla di due cose: della rapacità dell’industria discografica e dell’assenza. Cominciamo dall’assenza. L’album ne piange due. La prima è quella di Syd Barrett, il diamante pazzo a cui è dedicata la suite elegiaca che apre e chiude l’album. Shine On You Crazy Diamond è una disarmante e commovente elaborazione del “lutto” o, meglio ancora, del torto di cui si sentono colpevoli i Pink Floyd: aver spinto Barrett alla follia.

La seconda assenza (questa volta metaforica) esorcizzata nel disco, in particolare nella title-track, è quella di Roger Waters, strappato interiormente tra il fascino del successo ottenuto – che sente di poter inseguire solo piegandosi all’industria musicale – e l’esigenza di dar retta al proprio straripante io anticonformista.  Attraverso la voce di Gilmour, Waters canta a se stesso, al sé più autentico: sono sue le due lost souls swimming in a fish ball, incapaci di distinguere heaven from hell, blue skies from pain. L’invocazione così piena di nostalgico dolore – how I wish, how I wish you were here… – strappa il cuore e devasta l’anima: è il genio che mette a nudo la propria fragilità.

Veniamo al secondo motivo. Welcome to the machine e Have a cigar sviluppano un discorso musicale unico, seppur in qualche modo intrecciato al motivo dell’assenza. In Welcome to the machine protagonista è la macchina che soffoca e disumanizza. I sintetizzatori minacciosi incupiscono ulteriormente l’atmosfera, anticipando quella di The Wall.

Have a cigar cambia il tono: da minaccioso a beffardo. Waters sbeffeggia con inesausta ferocia e solida sicurezza la “macchina”, che ora assume più chiaramente i connotati dell’industria discografica, che sta fagocitando lui e la sua band. Have a cigar confluisce senza soluzione di continuità in Wish You Were Here: la spietata sicurezza diventa introspezione. Bisogna fare i conti con quella macchina, che dà tanto, ma che rischia di portare via tutto.

Una delle band più importanti nella storia della musica è arrivata a questo punto. L’intero disco è una riflessione sul modo migliore di affrontare l’enorme eredità lasciata da Syd Barrett e da The Dark Side of the Moon. Una riflessione sull’orlo del precipizio, a un passo dalla rottura.

Giacomo Ferri

Rubriche
Lascia un commento

I commenti sono moderati. Vi chiediamo cortesemente di non postare link pubblicitari e di non fare alcun tipo di spam.

Invia commento

Twitter:

  • COP26: la testimonianza della nostra collaboratrice Ilaria Bionda che, nell'ambito progetto "Vist ...
  • Orientarsi nello stralunato mondo di Salvador Dalì non è impresa facile. Ci sono però dei temi ...
  • Musica? Never enough! Per la nostra sezione Cultura vi raccontiamo la terza serata del contest "S ...
  • "Il sonno della scrittura genera mostri." Un'interessante riflessione sul fatto che "scrivere ben ...
  • Nel 1938 gli architetti razionalisti Giuseppe Terragni e Pietro Lingeri dedicavano a "La Commedia ...
  • Cosa si nasconde dietro la fenomenologia del rewatch, ovvero dietro quella voglia di rivedere ser ...

martedì 7 Dicembre 2021