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Se la guerra cambia pelle

Il modo di combattere si modifica nel tempo  e anche i suoi attori. Un’analisi di come è diventato il “guerriero” moderno.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito dell’Atlante Delle Guerre e Dei Conflitti del Mondo, dove potete leggerlo nella sua interezza a questo link.

Vi troverete tutti i paragrafi, tra cui:

  • Come cambia l’arte della guerra;
  • Dopo la guerra al terrorismo;
  • Opporsi alla guerra.

 

Il famoso motto di Carl Von Clausewitz “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” si potrebbe ribaltare nel suo opposto e cioè che “la diplomazia (ossia la politica) è la continuazione della guerra con altri mezzi”, come conferma la scelta di imporre sanzioni (lo abbiamo visto bene in Irak) che sono di fatto un altro modo di condurre un conflitto. Ma se questo è un dibattito che riguarda soprattutto la filosofia politica, è vero che la guerra – il modo di condurre una guerra – cambia continuamente. E non sembra quasi mai escludere la forza, che si esplicita con armi sempre più sofisticate e regole d’ingaggio che tentano, semmai, di risparmiare la vita dei propri soldati, poco importa con quali “effetti collaterali”. A meno che non vi siano costretti dall’opinione pubblica, una variabile che ha preso a contare sempre di più e che richiede quindi nuove armi.

Per restare a un dibattito di scuola, com’è cambiata la guerra negli ultimi decenni? Non si combatte più tra eserciti ma “in mezzo alla gente”, tra Stati o più spesso coalizioni di Stati (con mostrine unificate), contro combattenti senza divisa ma forti in termini ideologici. Alla radice di questa trasformazione delle guerre tra eserciti nei cosiddetti conflitti “asimmetrici”, ci sono antichi problemi irrisolti: il retaggio neo coloniale, le ingiustizie sociali e una vaga idea di riscatto identitario (etnico, religioso) che producono lo scoppio di tensioni latenti in cui si inserisce la criminalità organizzata, la devianza ideologica radicale e le manovre di gruppi di potere politico ed economico come sembra dimostrare il caso di Al Qaeda, dell’Isis o di Boko Haram. Queste “nuove guerre”, al contrario di quelle convenzionali (o di quelle non convenzionali del Novecento dove le formazioni guerrigliere si strutturavano comunque in veri propri eserciti), tendono a trascinarsi: a iniziare ma a non terminare, come ben dimostra il caso dell’Afghanistan, un Paese in guerra da oltre 40 anni. Sono guerre che fingono successi e che tendono a farci abituare alla guerra come a una delle tante forme della quotidianità moderna. Un modo per assopire la coscienza critica che difficilmente si mantiene sveglia per più decenni.

Come cambia l’arte della guerra

Le guerre asimmetriche sono dunque “guerre tra la gente” – secondo la definizione che Rupert Smith ne ha dato ne “L’arte della guerra nel mondo contemporaneo” – dove la guerra tra eserciti è stata sostituita da conflitti asimmetrici in cui il campo di battaglia sono strade, case, villaggi dove vive la popolazione civile, come è avvenuto in Cecenia, in Jugoslavia, in Medio Oriente e nel Ruanda. Ostaggi da sfruttare, scudi umani da utilizzare senza scrupoli, bersagli da colpire: civili come obiettivi da conquistare dagli uni e dagli altri. Un nuovo “paradigma” bellico che ha minato però la possibilità di un uso efficace della forza: il consenso infatti va ormai sempre più considerato (conquistare i cuori e le menti) ed è ormai un’arma di cui non si può più fare a meno. Un fatto che spiega anche perché i militari non sono più in grado di ottenere i risultati che i politici pretendono da loro.

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giovedì 11 Agosto 2022