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Piantare in (n)asso

A tutti è capitato almeno una volta di essere stati “piantati in asso”. Che sia dall’amata o dall’amato, dall’amicizia di una vita o da chi ti deve una risposta, succede non di rado di essere abbandonati da un momento all’altro senza spiegazioni, provando sensazione di spiazzamento e sospensione, oltre che di solitudine.

Due vocabolari etimologici della lingua italiana fanno risalire il detto al gioco delle carte o dei dadi, con il significato di “fare il punto più basso”. La similitudine è quella con l’asso del mazzo di carte che, oltre ad essere il punto peggiore, sta da solo sulla carta, esattamente come in solitudine è l’uno sul dado. Questa interpretazione è la più accreditata nonostante, a pensarci bene, potrebbe valere anche per il significato opposto. L’asso, infatti, in alcuni giochi ha un significato migliore di tutte le altre carte: nella Scala Quaranta, se posizionato dopo il Re, vale ben undici punti; così come in alcune versioni del gioco della Scopa è “pigliatutto” e permette di fare molti punti. A questo si aggiungono il detto “sei un asso” e “avere un asso nella manica” che ribaltano sicuramente il significato negativo del termine.

Anche se non universalmente riconosciuta, esiste una seconda interpretazione, certamente più curiosa, del detto “piantare in asso”. Il collegamento è qui con la mitologia e con un personaggio che effettivamente è stato abbandonato.  Si tratta di Arianna che, dopo aver aiutato Teseo – con il prezioso aiuto del celebre “filo di Arianna” – a uscire dal labirinto di Cnosso e a sconfiggere il terribile minotauro, viene abbandonata sull’isola di Nasso, nell’arcipelago delle Cicladi. È quindi una probabile storpiatura della frase “piantare in Nasso” ad aver dato vita al detto che noi oggi conosciamo e utilizziamo. Già nel 1600 si parlava di questo “errore” ormai entrato nel linguaggio comune, benché oggi non tutti siano d’accordo con questa versione, nemmeno la celebre Accademia della Crusca che, tuttavia, la accetta come formalmente corretta.

Altresì degne di nota le versioni straniere del detto. L’inglese leave somebody in the lurch fa riferimento al lasciare qualcuno in un “sobbalzo”, quindi d’improvviso; il francese laisser tomber (quelqu’un) è un più semplice “lasciar cadere (qualcuno)”; mentre il tedesco Im Stich lassen si può ricollegare alla prima interpretazione in italiano, significando letteralmente “lasciare al punto”.

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