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Lo scatto che racchiude la parte di realtà che vuoi conservare – Marianna Malpaga

“Lo scatto che racchiude la parte di realtà che vuoi conservare” – Marianna Malpaga

Letizia aveva letto da qualche parte che fotografare qualcosa restituisce un solo angolo e un solo aspetto di quella realtà. È come un rifugio che tiene al riparo da alcune porzioni di mondo che non vorremmo vedere. Probabilmente era una frase che aveva rubato a uno dei giornali ingialliti che sua nonna conservava nella cesta in legno che aveva camera sua. L’aveva trovata forse tra un oroscopo e un racconto, tra le interviste a personaggi famosi o le storie di professionisti che la rivista preferita dalla nonna proponeva. Ma la fonte in questo caso non era importante. Ciò che Letizia ricordava benissimo era che, da quel momento, aveva rubato la macchina fotografica di suo padre e aveva iniziato a scattare foto di qualsiasi cosa le capitasse sotto tiro.

La prima immagine era stata al mercato di Ballarò. Non proprio tra le viuzze centrali, Letizia amava stare in disparte e osservare anche le realtà laterali. Era un baretto con tavolini e seggiole in plastica, quello dove si era appostata, dove i vecchietti giocavano a carte e bevevano birra di prima mattina mentre tra le mani stringevano la loro Marlboro. Le rughe sui loro volti avevano il fascino di una vita passata in strada e di pensieri che correvano leggeri, senza rimanere intrappolati nella testa. Letizia, mentre scattava, cercava di restituire la precisione del gesto con cui l’uomo che le stava davanti sfilava la sigaretta dal pacchetto, la stringeva tra le labbra, inspirava ed espirava. Con tutta la calma del mondo, trattenendo i pensieri dentro di sé per quel tanto che bastava a inquadrarli, per poi liberarsene dopo qualche secondo. Scatto. Quel secondo in cui, assieme al fumo della sigaretta, si fanno evaporare i pensieri. Così lontano dal mio mondo, pensava Letizia, e ancora scattava. Quel secondo era un prezioso istante di libertà che voleva conservare.

Non durava il tempo di una sigaretta, invece, il lento percorso verso l’emancipazione delle donne della sua città, Palermo, e delle donne di tutte le altre città italiane. Letizia si muoveva in un contesto maschilista e retrogrado, ma la fotografia le aveva insegnato che scattando sarebbe riuscita a conservare solo la parte di realtà che le andava a genio. L’altra poteva piano piano sbiadire, come pellicole che mai sarebbero state sviluppate. Quando girava tra le vie della città libera, senza doverne raccontare la cronaca, poteva gettare nel dimenticatoio stupri, molestie e barbarie. E allora lei inquadrava volti di bambine e donne. I capelli scompigliati che cadevano furiosamente sulle spalle, a volte anche sugli occhi, coprendo uno sguardo che però riusciva comunque a sbucare, sospettoso ma anche forte e determinato, come a dire: “Forse non sono di tante parole e sto in disparte, ma ci sono!”. Ammirava quelle donne, Letizia. Madri di famiglia che erano riuscite a crescere figlie libere, con il pensiero che potessero fare e avere di più di quello che loro avevano fatto e avuto. Ma anche donne sole che avevano deciso di mettere se stesse al centro della propria vita. Quello che contava, pensava Letizia, è che avevano scelto da sole la propria via, senza rimanere intrappolate in un modello che le vedeva solo l’una o l’altra cosa. Ora che a passi incerti si dirigeva verso l’avvenire, aveva paura di cadere in balia dei “si dice” e “si fa” senza trovare una propria voce. Quant’era bello quel pezzo di realtà che, invece, la guardava con gli occhi scuri e vibranti delle donne di Palermo. Scatto.

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