Chiudi

Un'esperienza su misura

Questo sito utilizza cookie tecnici e, previa acquisizione del consenso, cookie analitici e di profilazione, di prima e di terza parte. La chiusura del banner comporta il permanere delle impostazioni e la continuazione della navigazione in assenza di cookie diversi da quelli tecnici. Il tuo consenso all’uso dei cookie diversi da quelli tecnici è opzionale e revocabile in ogni momento tramite la configurazione delle preferenze cookie. Per avere più informazioni su ciascun tipo di cookie che usiamo, puoi leggere la nostra Cookie Policy.

Cookie utilizzati

Segue l’elenco dei cookie utilizzati dal nostro sito web.

Cookie tecnici necessari

I cookie tecnici necessari non possono essere disattivati in quanto senza questi il sito web non sarebbe in grado di funzionare correttamente. Li usiamo per fornirti i nostri servizi e contribuiscono ad abilitare funzionalità di base quali, ad esempio, la navigazione sulle pagine, la lingua preferita o l’accesso alle aree protette del sito. Comprendono inoltre alcuni cookie analitici che servono a capire come gli utenti interagiscono con il sito raccogliendo informazioni statistiche in forma anonima.

Prima parte6

cm_cookie_cookie-wp

PHPSESSID

wordpress_test_cookie

wordpress_logged_in_

wordpress_sec_

wp-wpml_current_language

YouTube1

CONSENT

Scopri di più su questo fornitore

Google3

_gat_

_gid

_ga

Scopri di più su questo fornitore

La ragazza delle tazzine

Viviamo circondati dalla frenesia d’un mondo che pretende di non fermarsi mai. Tutto scorre con una tale velocità da farci spesso dimenticare delle piccole cose della vita che, se guardate con occhi diversi, potrebbero essere motivo di gioia o addirittura felicità. Quegli stessi sentimenti a volte così lontani da sembrare irraggiungibili, ma che con pazienza e volontà possono essere riassaporati e riconquistati, come suggerisce il racconto che segue.

Contava una ad una le tazzine riposte poco prima nella credenza: non si capacitava di come mai potessero essere un numero dispari, in casa d’una che fra i numeri amava solo quelli perfettamente divisibili a metà. Lei che, come i pari, divisa lo era stata tante volte.
Aveva dormito sul divano per almeno un anno e spesso si era scordata di aprire le finestre per cambiare l’aria. «È proprio così che ci si dimentica del sole», si ripeteva durante quei rari momenti in cui si obbligava a percorrere il vialetto per controllare se ci fosse posta. Non avere contatti con il mondo esterno l’aveva resa ancora più aliena su di un pianeta fatto di spaventose creature. L’andamento della sua esistenza era dettato da una ferrea scelta: per un qualche motivo, ad un certo punto, aveva deciso di annullarsi pensando che, se i suoi cari erano morti, allora anche lei avrebbe meritato di morire anche solo un poco. E non c’è peggior morte di quella che ci si autoinfligge, nella speranza che il dolore faccia meno male.

Uno spazio senza tempo il suo, fatto di pensieri negati o allontanati e di vuoti riempiti con cibo e televisione. Un televisore diventato silenzioso compagno di sventure che un giorno finalmente aveva smesso di funzionare, quasi a volerle suggerire di alzarsi e provare ad uscire da quel luogo sicuro che era sempre stata casa sua.

Era primavera, o meglio, era di nuovo primavera, perché erano trascorsi ormai trecentosessantacinque giorni dalla sua prima notte su quel freddo divano in pelle.
L’aria che si respira quando i primi fiori iniziano a sbocciare non ha eguali. Quell’anno, tuttavia, quella stessa aria aveva un profumo ancor più dolce e delicato: sapeva d’una libertà che, a poco a poco, sarebbe stata riconquistata e mai più abbandonata. Superato il cancelletto del suo giardino ed affinato l’udito, fra il rumore delle auto e delle persone, aveva già iniziato a sentire il canto degli uccellini, pronti a riaccoglierla nel mondo. Poco lontano dalla sua abitazione, aveva potuto finalmente riassaporare il gusto d’un caffè preparato con maestria ed apprezzare la gioia di chi ancora sapeva sorridere. «Chissà perché non te la insegnano a scuola», si chiese ad alta voce mentre un uomo seduto poco più in là le domandava a cosa si stesse riferendo. «La felicità, perché non te la insegnano a scuola?», ribatté infastidita.

«Nessuno ti può imporre come guardare il mondo. Pur fissando la medesima cosa ne potremmo infatti vedere due differenti. La felicità non si può insegnare: bisogna solo esercitarsi ad affinare lo sguardo».

Rubriche
Lascia un commento

I commenti sono moderati. Vi chiediamo cortesemente di non postare link pubblicitari e di non fare alcun tipo di spam.

Invia commento

Twitter:

domenica 26 Giugno 2022