La diatriba tra il viaggiatore e il turista – Alessandro Caffini

Un biglietto aereo, un nuovo timbro sul passaporto, un treno preso all’ultimo momento. Ogni viaggio porta con se un ricordo, un attimo che rimane nascosto in un cassetto per poi riaffiorare improvvisamente riportandoci con la mente al momento in cui l’abbiamo vissuto. Fin qui tutto bene, oserei affermare che questa esperienza accomuna un po’ tutte le persone che hanno avuto la possibilità di conoscere posti nuovi, siano questi la Sicilia come il Bhutan. Le cose si fanno più complicate però quando si parla di COME viaggiare: l’annoso dilemma, la faida perenne, viaggiatori contro turisti.

Lungi da me pretendere di avere una soluzione definitiva, in quanto esistono una miriade di variabili che possono influire pesantemente sulle scelte nel momento in cui si pianifica un viaggio: periodo, lasso temporale, percezione della propria sicurezza e disponibilità economica sono solo alcune di esse. Personalmente sono uno da zaino in spalla, ostelli e poca organizzazione: due anni fa sono uscito dall’aeroporto di Pechino con in testa l’idea (fortunatamente realizzata) di arrivare a Venezia via terra seguendo una delle antiche Vie della Seta; trovare la navetta per arrivare in centro città è stata la prima di una serie di esperienze tragicomiche che, lo ammetto, in maniera nemmeno troppo inconscia cerco sempre di proposito. Mi piace ingarbugliarmi le esperienze per poi trovare maniere fantasiose per uscirne.

Ho un’amica che le due settimane di ferie estive ama passarle in un resort sul Mar Rosso, dove lo sforzo più grande che deve fare, parole sue, è sollevare un cocktail mentre è distesa su di una sdraio a bordo piscina. Siamo evidentemente agli antipodi come scelte, mi pare ovvio, ma nel mezzo vi è tutta una scala di grigi che spesso viene dimenticata a favore di una più rigida classificazione, cosa che trovo quantomeno discutibile. A personale avviso, la favoleggiata formula “All inclusive” ha fagocitato per un lungo periodo molte delle proposte alternative, lasciando spesso poca possibilità di scelta a chi per motivi economici o a causa di scarse abilità organizzative, scelga rivolgersi ad una agenzia di viaggio.

Negli ultimi anni, fortunatamente, sta prendendo piede una nuova “corrente di pensiero” chiamata Turismo Partecipativo: a costi spesso decisamente inferiori rispetto ad altri pacchetti, viene stimolato l’incontro tra residenti e turisti, permettendo così un’esperienza più genuina e una ricaduta economica importante sulla popolazione locale, specialmente nei paesi storicamente meno abbienti, piuttosto che rimpolpare il portafoglio già gonfio di qualche catena internazionale.

Un esempio che amo fare è quello di Cuba: quando qualcuno dice di esserci stato per il semplice fatto di aver bevuto un mojito mentre era rintanato nel suo albergo a Varadero, devo ammettere che un po’ mi prude il naso. Le Casas particulares sono un’ottima alternativa: famiglie cubane che, dopo aver ottenuto un permesso dal governo, ospitano in casa propria il visitatore; camere private con bagno o senza, colazione continentale o manicaretti preparati dalla nonna, indicazioni per la spiaggia meno frequentata o per il bar che prepara il Margarita migliore.

Insomma, ognuno è libero di viversi i pochi giorni di meritato riposo come preferisce, ma con davvero un minimo sforzo, potrebbe riporre in quel famoso cassetto delle esperienze che nessun “cinque stelle” potrebbe mai dargli.

Alessandro Caffini

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venerdì 7 Agosto 2020