Filippo Barbieri (Prima parte) – Aurora Martinelli

Ho visto Dio sotto le mie lenzuola / una mattina d’inizio febbraio / e come un cane gli ho fatto le feste / al quinto piano fra Trento e Trieste.

Come una schiera trepidante di consumatori di fronte alle porte dei negozi all’alba del Black Friday, il linguaggio vibrato e prepotente dell’Audi grigia riverberava dalle mani appoggiate sul volante fino ai pressi delle sue orecchie, facendo a gara con le parole della canzone che usciva dalla sua radio, per farsi strada nel labirinto dei suoi timpani. Riconoscendo quella parola, Filippo Barbieri alzò il volume con lo stesso slancio bulimico con cui, da qualche tempo, si gettava su ogni cosa in cui comparissero quelle tre lettere disposte in quell’ordine lì. Di, I, O. Era da un po’ che ci stava pensando, ma non certo a seguito di qualche epifanico episodio come accade nei romanzi. Si trattava, piuttosto, della progressiva presa di coscienza di qualcosa che stava succedendo nella sua vita e che era partita dalla più banale e stereotipata delle situazioni: la chiacchierata con gli amici al bar. Il venerdì sera, da questo punto di vista, era uno dei momenti più belli. La prima cosa da fare dopo aver chiuso la porta dell’ufficio era di allentarsi il nodo della cravatta – guai a toglierla: era il residuo dello sfibramento provocato dalla settimana appena conclusa e la prova più schiacciante da presentare di fronte al tribunale di amici e colleghi –, camminando con le chiavi penzolanti da un dito verso il bar in piazza Duomo per un aperitivo con tutti i crismi prima di rientrare a casa. Chi prima, chi dopo, i suoi amici arrivavano come i piccioni che si affollano attorno al pranzo al sacco di qualche turista, e Filippo, battendo amichevoli pacche sulle spalle, li osservava. Tutti sotto i 30 anni, come lui, e, come lui, tutti in splendida forma fisica, sicuri di sé e capaci di sorrisi bianchissimi, di cui godevano di giorno i clienti delle loro start-up digitali, e di sera le fidanzate altrettanto in forma, sorridenti e di successo. Gli stessi sorrisi si nascondevano, nel venerdì del dopo lavoro, dietro ai colori brillanti dei cocktail fruttati, dai cui vetri emergevano discorsi sempre simili. Questa per Filippo Barbieri era la normalità, e niente, pensava, avrebbe mai scalfito quello che con anni di studio e relazioni sociali si era costruito. Se non fosse stato per quel piccolo fastidio, che sempre provava, ma che sempre meno riusciva a sopportare, per un’altra delle caratteristiche che accomunava tutti i suoi amici: l’inclinazione a lamentarsi, il sottotesto delle loro conversazioni, opportuno come il ronzio del frigorifero di notte. Le cose andavano sempre nello stesso modo: il primo ad arrotolarsi le maniche della camicia, liberando lo scintillio dell’orologio dalla candida prigione di cotone leggero, era il primo ad iniziare a sospirare e a snocciolare una serie di “però”. A me va bene tutto, sono tollerante e rispettoso delle opinioni degli altri, però. Capisco che ognuno abbia le proprie esigenze, però. Sicuramente quello che ho detto era fraintendibile, però. C’era sempre un però, qualcosa che non andava e che come una minuscola chiazza di sugo scivolata dallo spaghetto andava a macchiare la camicia immacolata delle loro vite. Filippo era sicuro che tutti gli altri provavano la sua stessa insofferenza di fronte a uscite di questo tipo, ma la tattica adottata da tutti era quella di rispondere sgranando, a loro volta, il rosario delle proprie lamentele, specifiche ma noiosamente uguali a quelle di tutti gli altri. Per quanto si sforzasse, invece, Filippo non riusciva a trovare nulla di nulla di cui lagnarsi. Amava il suo lavoro di direzione dell’ufficio marketing di una prestigiosa azienda, amava il suo appartamento all’ultimo piano di un edificio in centro, amava i fine settimana passati in riva al lago e soprattutto amava Margherita e ogni istante che condivideva con lei.

Continua…

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giovedì 20 Gennaio 2022