Che cosa significa lavorare per Google?

Risponde Alberto Gnemmi, giovane ingegnere del software per Google a Santa Monica (LA, California).

Per chi intraprende un percorso di studi nel mondo dell’informatica, il tuo è il lavoro ideale. Come ci sei arrivato? Quali difficoltà hai incontrato nel tuo percorso?

Quando ho iniziato a studiare al Politecnico di Milano, non avrei mai pensato di arrivare dove sono ora. Grazie a un programma di doppia laurea, ho studiato anche all’Università dell’Illinois a Chicago, un’occasione meravigliosa per lavorare negli USA (che sono molto all’avanguardia nel mio campo). Con l’attuale amministrazione è difficile venire a lavorare qui, perché prendere il visto è complicato. Il titolo di studio aiuta. Poi è solo questione di impegno. Io ho lavorato all’inizio per Nokia, che mi ha dato un permesso lavorativo grazie a cui ho potuto iniziare a guardarmi attorno senza la paura di essere rimandato a casa. Solo con la green card puoi iniziare a rilassarti, ma ci vuole tempo: la mia è arrivata dopo dieci anni.

La vita lavorativa dei dipendenti Google è nota per essere anticonvenzionale (complice forse il film Gli stagisti). Che cosa ti piace di più del tuo lavoro?

La mentalità delle grandi aziende come Google è molto aperta e flessibile. Non c’è obbligo di “timbrare il cartellino”. Certo, siamo un insieme di piccoli ingranaggi e fare la differenza in azienda è difficile, ma la creatività è continuamente stimolata. Vogliono invogliare i dipendenti a lavorare, incentivarli a rimanere (non a caso in sede c’è cibo gratis…). È un’azienda grossa, non ha bisogno di pretendere che il lavoro venga fatto tutto e subito. Inoltre, la paga è molto buona, è un ottimo supporto per chi come me è lontano da casa.

Dopo la morte di George Floyd, la situazione negli Stati Uniti sembra davvero grave, ma dall’esterno è difficile avere cognizione di causa. Quali sono le tue sensazioni a riguardo?

Si vede tutto tramite l’ottica di social e telegiornali, ma non sono oggettivi. Qui a Santa Monica c’è stato un saccheggio che ha fatto clamore; il giorno dopo invece c’è stata una risposta molto grossa della comunità per pulire la città: le strade erano piene di persone con mascherine e sacchi dell’immondizia, ma non ne hanno parlato, perché non fa notizia. È più facile parlare di chi distrugge. Le proteste sono scatenate da uno storico razzismo sistemico nei confronti di americani che sono parte della società dalla nascita, ma che vengono ancora considerati estranei solo perché neri. In aggiunta, la polizia tende a militarizzarsi, a distinguersi da quelli che chiamano “civili”. Ci sono unioni di poliziotti estremamente forti, che proteggono chi ha avuto problemi disciplinari e rallentano ogni processo di cambiamento. Stanno pensando di togliere fondi per demilitarizzare la polizia, o di smantellare alcuni distretti per riformare. Purtroppo, però, il processo è molto lento, e difficilmente si riuscirà a cambiare.

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martedì 7 Dicembre 2021