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Wes Anderson ha perso il suo tocco?

Il titolo è volutamente provocatorio. No, Wes Anderson non ha perso il suo tocco. Semmai è vero il contrario: Wes Anderson è rimasto incastrato nel proprio tocco. In che senso? Nel senso che il suo ultimo lungometraggio, Asteroid City, non è che una summa di quanto il regista statunitense ha mostrato negli anni. Ma andiamo con ordine.

Il film opera su due livelli narrativi: il primo, in bianco e nero, è meta-cinematografico e racconta il making of, il dietro le quinte della realizzazione dell’opera intitolata Asteroid City, che invece vediamo a colori. La voce narrante appartiene a Bryan Cranston, lo sceneggiatore è Edward Norton e il regista è Adrien Brody, con un piccolo intervento di Willem Dafoe. Sarebbero bastati questi quattro nomi per realizzare un film enorme, ma Anderson esagera e come protagonisti dell’opera a colori aggiunge Tom Hanks, Tilda Swinton, il “solito” Jason Schwartzman, Scarlett Johansson, Steve Carell, Margot Robbie, Matt Dillon e Maya Hawke. Difficile immaginare un cast più stellare di questo. Cast stellare è sinonimo di capolavoro? Non è detto. Affatto.

Pur amando il padre dei Tenenbaum, tocca ammetterlo: qui siamo di fronte a un passo falso. O a un passo riuscito, ma incomprensibile. Forse era proprio questa l’intenzione del regista, chissà. In tal caso, viene però da chiedersi quale e quanto senso abbia realizzare un film con volti così amati dal grande pubblico per poi non arrivare neanche al pubblico di nicchia. L’impressione è che Anderson sia rimasto intrappolato nella sua stessa maniacale simmetria, nei suoi vivaci colori pastello, senza aggiungere niente di nuovo alla propria produzione.

Lo stile è – come sempre – immediatamente riconoscibile, certo, e questa resta una qualità. Avere una firma nota, precisa e identificabile da chiunque è ciò che fa entrare un regista nella storia del cinema: vedi Tarantino, Sergio Leone, Scorsese eccetera. Quando l’autoreferenzialità penalizza cuore e trama del film, tuttavia, qualcosa non va. Asteroid City è un puro esercizio di esistenzialismo fine a sé stesso, che ricorda da lontano Il Sol dell’Avvenire di Nanni Moretti, ma che risulta complessivamente meno efficace.

Mentre Moretti sfrutta l’aspetto meta-cinematografico per ripercorrere con (auto)ironia la propria carriera, il buon Wes si limita a citare sé stesso a discapito della narrazione, che invece è sempre stata centrale in tutte le opere passate. Che cosa sarebbero Il treno per il Darjeeling o Grand Budapest Hotel senza il racconto, senza il motore che muove le loro storie? In questo caso invece la tradizionale attenzione alla costruzione visiva non accoglie lo spettatore nella cittadina fittizia del 1955 su cui cade l’asteroide, bensì esclude lo spettatore e non lo emoziona.

Dopo un gran film come The French Dispatch, comunque, un passo falso ci può stare e si perdona facilmente. Anche Christopher Nolan era caduto nell’autoreferenzialità con Tenet, poi ha calato il pezzo da novanta con quel capolavoro che è Oppenheimer. Se tanto ci dà tanto, dobbiamo attendere con ansia la prossima fatica di Wes Anderson. Cosa che, peraltro, avremmo fatto a prescindere.

Cultura
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sabato 20 Luglio 2024