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Un’immagine vale più di mille parole

Giovedì 27 ottobre si è aperta la Stagione di Prosa 22/23 al Teatro Sociale di Trento con lo spettacolo PPP. Profeta corsaro, regia di L. Muscato, prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano e dalla Fondazione Haydn di Bolzano e Trento.

In un connubio di musica – ad opera dell’Orchestra Haydn, diretta da M. Angius – e poesia – testi di Pasolini, adattati da L. Perini e Muscato – l’opera mette in scena, nel centenario dalla sua nascita, alcuni dei pensieri più critici e rivoluzionari del grande artista bolognese, che è stato uno dei maggiori narratori della periferia romana e della storia italiana a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento.

Sul palco hanno così sfilato cinque Pier Paolo Pasolini declamando brani tratti da Lettere luterane, Scritti corsari e altre poesie. I temi trattati vanno dalla difesa della vita e delle classi sociali alla politica socio-economica piccoloborghese, dal consumismo all’omologazione antropologica.

In pochi anni Pasolini osserva il cambiamento del sottoproletariato da classe povera ma felice – come da lui stesso raccontata nel film L’accattone – a ceto arricchito ma impoverito culturalmente. Di quest’evoluzione sottolinea criticamente le dinamiche e ne denuncia pubblicamente gli autori e i media utilizzati. Nella neonata televisione pubblica individua lo strumento principe di quell’omologazione silente destinata a cambiare per sempre e in modo rivoluzionario il microcosmo difficile ma genuino del sottoproletariato. Le immagini che negli anni ‘70 entrano prepotentemente nelle case degli Italiani, insinuano idee che prima non c’erano, valori di una vita agiata e consumistica fino ad allora sconosciuti a quella comunità periferica, basata su un proprio sistema etico e morale che secondo il poeta andava preservato, non demonizzato e lentamente annientato.

Se Pasolini per primo denuncia l’utilizzo indiscriminato del mezzo visivo, il potere non è certo il primo a coglierne le immense potenzialità. La storia è infatti costellata, ancor più che di parole e di fatti, di potenti immagini e rappresentazioni. L’opera figurativa è stata la prima forma di comunicazione dell’uomo perché di immediata comprensione per tutti: non serve essere eruditi, letterati o dottori per leggere un’immagine. Nel susseguirsi delle epoche gli artisti sono stati più o meno consapevoli del potere che detenevano e del modo in cui esso poteva essere utilizzato. Si pensi solo, per citare alcuni esempi, alla massiva propaganda augustea agli albori dell’Impero Romano, o alla denuncia delle barbarie della guerra o all’esaltazione degli atti rivoluzionari ad opera dei pittori romantici, o ancora alla cruda rappresentazione delle condizioni di lavoro dei ceti umili che contraddistingue la corrente realista, fino ad arrivare ai giorni nostri alle molteplici installazioni e performance per sensibilizzare sui temi ambientali e della parità di genere.

Un’immagine è dunque uno strumento potentissimo che può convogliare messaggi negativi o positivi. Per questo risulta di difficile comprensione la recente deriva ecologista che vede come attività principale il lancio di salsa di pomodoro sulle opere d’arte custodite nei musei. Certo crea un’immagine potente, ma siamo proprio sicuri che il messaggio venga percepito come positivo?

Cultura
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