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Stephen King o del saper narrare

Qualcuno in Italia dovrebbe proprio scrivere un saggio su Stephen King. Dovrebbe essere qualcuno che ci sappia fare – è chiaro -, ma non basterebbe. Sarebbe necessaria una bella dose di umiltà e di spalle larghe, specie se questo qualcuno lavorasse in ambito accademico, perché temo che su King e sulla sua opera pesino ancora i pregiudizi di “narratore di serie B” e di “paraletteratura” (pregiudizio secondo il quale chi scrive gialli et similia non potrà mai essere considerato alla stregua di chi scrive romanzi storici o sociali).

L’ultimo romanzo di King si intitola Billy Summers ed è uscito pochi mesi fa. Racconta la più semplice delle storie. Un sicario viene tradito dal suo mandante e quasi fatto fuori. Decide pertanto di vendicarsi e per farlo svela verità inaspettate. Sembra, effettivamente, la trama di un film di serie B, di quelli che fanno in seconda serata su Rai 4 con Steven Seagal o Jean-Claude Van Damme per protagonista.

Che cosa rende, quindi, Billy Summers l’ennesima grande prova di Stephen King? Tre elementi, essenzialmente. Il primo è la fluidità nel raccontare. Stupisce sempre, anche dopo aver letto diversi suoi libri, la facilità con cui King sembra inanellare frasi, pagine e capitoli. Tutto fila liscio sulla carta come se la penna fosse stata intinta nell’olio invece che nell’inchiostro. I fatti si susseguono nell’unico ordine possibile quasi fossero stati definiti, disposti e messi per iscritto da un qualche dio e a King spettasse solo il compito di trascriverli così come sono.

Il dio che ha ispirato King non ha creato molti personaggi. In Billy Summers sono praticamente due. E anche i dettagli con i quali li tratteggia vengono offerti al lettore con parsimonia e lentamente. Eppure ci sentiamo dentro il racconto fin dalle prime pagine. Questa è una magia che riesce a pochi. Stephen King inizia a delineare la sua storia senza fretta, eppure chi legge si sente immediatamente coinvolto, senza nemmeno capire il perché.

Infine, King è un maestro nell’arte della scrittura per la sua capacità di affacciarsi sulla contemporaneità. I suoi romanzi hanno una geografia spaziale e temporale sicuramente riconoscibile (le città o le catene di supermercati che nomina esistono veramente), ma King è attento a ciò che lo circonda anche in un’altra maniera, non più geografico-formale, ma (diciamo così) contenutistica, cioè legata al dibattito pubblico: non si contano i riferimenti a Trump e ai suoi Stati Uniti, alla pandemia (che pure ancora non è scoppiata nel periodo in cui è ambientato il romanzo), a questioni legate ad esempio alla condizione femminile. Tutti questi riferimenti calano ancor più in profondità il lettore nel tessuto di Billy Summers e, al tempo, lo spingono a riflettere sull’attualità e sui suoi problemi.

Ecco, un “narratore di serie B” questo non sarebbe stato in grado di farlo.

So, long live the King.

Cultura
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