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“Stanze” di Simona Palmieri: il corto che spiega il vero significato di “sentirsi a casa”

È davvero possibile sentirsi “a casa” ovunque si vada? Simona Palmieri, in circa venti minuti di pellicola, ci conduce in un viaggio lungo le vie di Bolzano, alla ricerca di un senzatetto nordafricano con la passione per il disegno che ha dato colore e vitalità ad un quartiere ingrigito rendendolo, per quanto possibile, una parte di casa sua.

Questa storia, raccontata con enfasi dalla regista, è per lei l’occasione giusta per vivere un’esperienza insolita e girare un film; per lui, invece, è la possibilità di restare nei ricordi di qualcuno e dare un valore alla sua “arte”, che ha reso il capoluogo dell’Alto Adige un posto ancora più bello, valorizzato a tutto tondo anche nella più trasandata periferia. Per il pubblico, invece, questa pellicola può essere uno spunto di riflessione sui significati di “restare nella memoria di qualcuno” e “abitare un luogo”.

“Memoria”, per l’autrice, ha un doppio significato: da un lato, vuol dire “lasciare tracce di vita raccontandosi”, ovvero condividere una parte di sé con qualcuno, affinché questi la tenga a mente. Dall’altro, indica anche la nostra comfort-zone: qualcosa che conosciamo bene e che quindi “ci fa sentire a casa”.

Ecco, quindi, che il concetto di “abitare” da qualche parte acquisisce un significato allegorico: non è necessario disporre di quattro mura per considerare un posto “la propria casa”; basta trovare un luogo in cui sentirsi sicuri e a proprio agio, dove è possibile collezionare ricordi da portare con sé. “Abitare è un diritto” dichiara la regista, ripetendolo più volte come un mantra, e facendo presente agli spettatori che, nonostante le difficoltà, tutti – ma proprio tutti – hanno diritto di avere un posto in cui possono sentirsi a casa.

Il testo poetico recitato dalla voce narrante, che espone le proprie riflessioni con estrema chiarezza, fa da sottofondo al susseguirsi delle immagini di strade, di gente che passeggia e disperde, forse volutamente, l’attenzione degli spettatori, abbandonandoli nei meandri delle proprie memorie. Quando, però, tali immagini si intervallano alle interviste fatte a chi, di tanto in tanto, ha avuto modo di interfacciarsi con il protagonista, gli spettatori vengono “ricondotti alla realtà”: quella di un senza fissa dimora che, al di là di tutti i romanticismi, ha dovuto affrontare molte difficoltà prima di alloggiare in una vera sistemazione.

Questa scelta di alternare queste due facce della stessa medaglia, a prima vista rischiosa, si è rivelata alla fine vincente. Lo scopo del corto, infatti, non è quello di proporre una soluzione reale alla problematica dei senza fissa dimora (compito che spetta alle istituzioni), ma quello di stuzzicare la coscienza del pubblico. Simona Palmieri, con il suo film, ci rammenta che ogni “senza-fissa-dimora” – spesso guardato con timore o diffidenza – è una persona come noi: il suo vissuto, con i suoi ricordi e con una storia da raccontare. Tenendo ben a mente questa realtà, non perderemo l’occasione di scoprirla e, talvolta, di imparare qualcosa di nuovo diventando persino una risorsa importante, sia per noi stessi che per gli altri.

Cultura
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lunedì 24 Giugno 2024