“Scostatevi, profani! Melpòmene son io!”. Recensione del film-opera “Adriana Lecouvreur”

Cinema ed opera stanno volentieri in simbiosi. Bastino due esempi: nel 1976 Gianfranco De Bosio filma una “Tosca” di Puccini svolta esattamente nei luoghi previsti dal libretto. Nel 1987 Dario Argento sfrutta il “Macbeth” di Verdi come colonna sonora e insieme snodo del suo thriller “Opera”.

Il “film-opera” trasmesso da Bologna è più opera che film, non esce dalle porte del teatro. L’assenza del pubblico permette però di usare gli spazi solitamente occupati dagli spettatori: le gallerie, i palchi, i foyer.

La protagonista dell’opera, Adriana, è un’attrice realmente esistita. L’Adriana storica (1692-1730) era una donna elegante, apprezzata nei salotti parigini e amica di Voltaire. Sembra provato storicamente il suo amore per il generale Maurizio di Sassonia, amore contrastato da una donna di rango superiore, la principessa di Bouillon. Su questa storia d’amore e rivalità si basa appunto l’opera di Cilea.

Adriana non è una “donna angelo”. Al di là di alcune tare culturali sessiste, comuni peraltro a tutta l’opera otto-novecentesca, entrando nelle pieghe della musica e del libretto si scoprirà un’Adriana sfaccettata, complessa, vera. Adriana sa tenere il palco: le serve per essere “umile ancella del Genio creator”, ovvero attrice drammatica, ma anche come forma di rivincita verso un mondo classista. Nel celebre monologo di “Fedra” del terzo atto, i due aspetti si fondono: Adriana piega il monologo di Racine per vendicarsi della Principessa, sua rivale in amore, accusandola pubblicamente di infedeltà.

Torniamo alla produzione bolognese. Il teatro ha assemblato un cast vocale che nel suo complesso convince; l’orchestra del Comunale, guidata da Asher Fisch, ha dato un’ottima resa della partitura di Cilea. La regia di Rosetta Cucchi sfrutta un’idea forse non nuova, ma di grande suggestione: ogni atto è ambientato in un’epoca diversa: 1730, 1860, 1920, 1968. L’effetto, finita l’opera-film, è quello di un “back to the present”.

Nel primo atto la regia è tradizionalissima: ambientato nei camerini prima di una recita, vediamo i protagonisti, vestiti à la Turque, prepararsi per il “Bajazet” di Racine. Nel secondo atto spicca la suggestiva scena in cui Adriana salva la dama misteriosa. Adriana attraversa foyer e galleria, arrivando infine nel palco dove si nasconde quella che scoprirà, in un duetto tesissimo, essere nient’altri che la sua rivale, la Principessa di Bouillon. Il terzo atto mi è sembrato il migliore dal punto di vista registico: splendidi i costumi e crudo l’insieme, con tinte quasi espressioniste à la Kirchner: da vedere. Il quarto atto, infine, sfrutta maggiormente i vantaggi della registrazione filmica. Maurizio diventa un’allucinazione di Adriana: appare e scompare a seconda che il punto di vista sia quello di Adriana, malata e delirante, o di Michonnet, direttore di scena segretamente innamorato di Adriana.

“Scostatevi profani, Melpòmene son io!” Melpòmene è la musa dell’arte tragica. Abituata a recitare il dramma di altre, infine Adriana deve recitare il suo. E lo fa da consumata attrice, a cui interessa non solo il successo, ma soprattutto, come lei stessa dichiara, “la verità”.

L’Adriana Lecouvreur (Teatro Comunale di Bologna) è stata trasmessa in diretta da Rai5 l’11 marzo 2021 ed è disponibile su Rai Play.

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sabato 10 Aprile 2021