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Pier Paolo Pasolini: tre film (+1)

Nell’ultima intervista che concesse prima di morire, a Pasolini fu chiesto quale qualifica professionale preferisse tra le tante che gli avevano dato in circa cinquant’anni di vita: poeta, romanziere, dialoghista, sceneggiatore, attore, critico o regista? La risposta che diede fu molto, forse troppo, semplice: “Nel passaporto scrivo semplicemente scrittore”. È tuttavia evidente quanto sia riduttiva un’etichetta del genere: Pasolini ha fatto molte cose e, tra queste, il cinema ha sicuramente giocato un ruolo importante nella sua vita. Vale allora la pena focalizzare l’attenzione sulla filmografia di Pasolini, evidenziando tre film (più uno) emblematici del suo modo di fare cinema.

Accattone Mamma Roma (1961-1962) – I primi due film di Pasolini potrebbero essere considerati come due diversi momenti di uno stesso affresco. Afferiscono entrambi al filone del Neorealismo, seppur con qualche decisiva differenza (specie nel caso di Accattone), e in generale rendono bene l’idea del primo Pasolini regista. Di quel Pasolini cioè che viene dalla letteratura (ha scritto Ragazzi di vita e Una vita violenta) e che adatta i suoi due romanzi per il cinema, com’è evidente in Accattone. Pasolini non adatta alla lettera, ma riprende il mondo delineato nei romanzi, cioè la Roma borgatara, la Roma dei poverissimi, dei “ragazzi di vita” che non hanno un lavoro e che si trovano insieme e vivacchiano. Non c’è critica contro questi giovani né classismo. Pasolini dà dignità a questo mondo sporco, lo sacralizza. È un mondo che sente vicinissimo perché puro e libero dalle forme borghesi.

Il Vangelo secondo Matteo (1964) – Pasolini ha un rapporto peculiare con il Cattolicesimo. Non è un uomo religioso, ma ha un forte senso del sacro e prova una profonda attrazione – come lui stesso scrive – per la ritualità della Chiesa. Eppure questi aspetti non risaltano nel Vangelo secondo Matteo. Stilisticamente, anche questo film è vicino al Neorealismo: emblematica è la scelta dell’attore che interpreta Gesù, che non è un professionista. Pasolini lo sceglie per il “senso di Cristo” che sa trasmettere con la propria presenza. È un Cristo uomo, più che divinità, un Cristo mite ma allo stesso tempo implacabile nei confronti dell’ipocrisia. Un Cristo combattivo e combattente, un vero rivoluzionario (come lo presenta quasi negli stessi anni anche De André nella Buona novella).

Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) – Anche Salò è l’adattamento di un’opera letteraria. Pasolini tuttavia fa un’operazione nuova: inserisce il romanzo del Marchese de Sade in un contesto diverso rispetto a quello originale. La cornice infatti diventa la dittatura fascista in Italia, com’è evidente fin dal titolo. Il film vuole rappresentare gli orrori del fascismo: un gruppo di gerarchi si rinchiude con alcune decine di giovani uomini e donne all’interno di una villa e lì per alcune settimane sfogano su questi giovani le loro pulsioni sessuali, le loro fantasie più abbiette in un gioco sempre più perverso, rappresentando in maniera metaforica appunto il male commesso dal fascismo. In maniera ovviamente non voluta, Salò o le 120 giornate di Sodoma chiude il cerchio della filmografia pasoliniana. Se in Accattone e Mamma Roma riusciva a trovare la dignità in un mondo di poveri e di piccoli reati, l’ultimo Pasolini non riesce più a farlo e non può che rappresentare all’interno di questo apparente potere, di questa apparente ricchezza, la disumanizzazione causata dal fascismo.

Cultura
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sabato 3 Dicembre 2022