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Otello: il ribaltamento del canone shakespeariano

Buio in sala. Un suono di tacchi che battono ritmicamente sul parquet di legno. Dal fondo della platea del Teatro Sociale di Trento si fa avanti ad ampie falcate decise Federica Fracassi. Si ferma sotto il palco e, rivolgendosi direttamente al pubblico, lo ammonisce: “Voi pensate di conoscere questa storia, ma noi speriamo che attraverso l’osservazione dei nostri corpi, essa vi appaia inedita”. Sale poi sul palco, il sipario si apre e davanti agli occhi degli spettatori avviene la metamorfosi: non più l’attrice ma il personaggio. Ci si trova improvvisamente al cospetto dello scaltro e ambizioso Iago.

“Io non sono ciò che sono”, afferma poco dopo colui che è unanimemente conosciuto come l’antagonista dell’Otello di Shakespeare. E in questo adattamento di Andrea Baracco, produzione Teatro Stabile dell’Umbria con la collaborazione della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli, nessuno è ciò che appare. I corpi che devono stupire sono infatti quelli del cast interamente al femminile in un completo ribaltamento dei canoni del teatro seicentesco in cui le donne non potevano intraprendere la carriera attoriale.

“Per l’amore che ho per questo testo, sento la responsabilità di restituirlo come squarcio sull’umano e sulle sue contraddizioni. Non si tratta di una scelta estetica. Ma poetica: è un inganno, per liberare lo sguardo del pubblico dai pregiudizi sulla storia e i suoi temi, e lasciarsi attraversare dalla terribile consapevolezza che chiunque di noi può, un giorno, trovarsi a giocare il ruolo della vittima o del carnefice, se volontà, fragilità e caso si trovano allineati come astri di una costellazione”, spiega lo stesso regista.

L’ambiguità creata dai corpi femminili va così a sommarsi a quella intrinseca alla caratterizzazione di ogni singolo personaggio della tragedia del Moro di Venezia. Se Iago rappresenta infatti l’antagonista designato e dichiarato, possiamo davvero affermare che Otello, Cassio e persino la stessa Desdemona siano senza macchia e senza paura? O sono piuttosto allo stesso tempo vittima e carnefice di loro stessi? Iago è colui che, a seconda del caso, pianta il seme della discordia, della gelosia o addirittura della pazzia, ma il germe può nascere solo se il terreno si dimostra fertile.

Complici l’eccelsa recitazione, la scenografia semplice ma efficace, l’utilizzo della platea come dependance del palcoscenico e le inserzioni musicali, sporadiche ma ben mirate, la tragedia di Shakespeare si compie così in tutta la sua maestosa e complessa incongruenza. Tornate donne, le attrici si inchinano sotto uno scroscio di applausi che paiono non voler finire mai. Il sipario si chiude, il pubblico lascia la sala, le parole di Iago restano: “Io non sono ciò che sono”.

Foto © Gianluca Pantaleo

Cultura
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mercoledì 21 Febbraio 2024