Letterato o cantante? Questo è il dilemma!

L’Accademia di Stoccolma conferiva nel 2016 il Nobel a Bob Dylan. A chiedersi cosa centrasse la musica con la letteratura furono in molti, tra cui lo stesso cantautore, che dichiarò: «Appena ricevuta notizia del premio, mi sono chiesto in che modo le mie canzoni riguardassero la letteratura. Le canzoni sono vive in una terra di vivi, non sono letteratura. Nascono per essere cantate, non lette. […] E io spero che molti di voi ascoltino i miei testi nel modo per cui sono stati creati: cioè in concerto, sui dischi o sui nuovi media».

Su una cosa in particolare Dylan aveva ragione: la musica è fatta per essere ascoltata, perché le parole nate per essere cantate, senza la melodia, non hanno ragion d’essere e vengono altrimenti private del loro più profondo significato. La poesia, alle sue origini, era cantata e tramandata oralmente. Basti pensare a quanti cantautori, tutt’oggi, celebriamo come poeti: i lirici greci (ossia cantori con la lira) come Saffo o Pindaro, «ma anche gli scaldi scandinavi, i bardi celtici, i trovatori provenzali ed i Minnesänger tedeschi», come ci ricorda Andrea Fassò, Professore emerito dell’Università di Bologna.  «Una canzone non vale per le parole che si leggono, ma per la sua esecuzione cantata, che è cosa molto diversa», scriveva in un suo editoriale. È anche vero però che se un tempo la poesia nasceva, per mano, insieme alla musica, essa ha subìto nel corso del tempo una progressiva «demusicalizzazione», mantenendo solo su carta la musicalità conferitale dalle rime. Si è finiti poi per eliminare anche le costrizioni di metro e rime: «Ci si è liberati della musica per ricercare l’espressione esatta, eliminando la vaghezza della parola cantata, senza rendersi conto che in questo modo ci si avvicinava sempre più alla prosa». Ecco quindi che, a partire da Eliot, Pound ed Ungaretti, ci si poteva dimenticare che cosa la musica avesse a che vedere con la letteratura.

Lontano da quegli illustri poeti, tuttavia, la poesia cantata continuava a vivere, acquisendo nuova nomea e venendo perciò relegata ad un’altra categoria, allontanandosi ingiustamente da quella della letteratura. Accanto agli autori che scrivevano poesie “in prosa”, continuavano a cantare poesie in musica quei poeti che definiamo invece “cantautori”.

Fabrizio De Andrè e Francesco Guccini, così come Dylan e molti altri, hanno quindi continuato a mantenere in vita quella tradizione che si credeva esaurita insieme ai Minnesänger e, data per acquisita quell’eredità, appare chiaro perché i loro testi non possano essere studiati sui testi scolastici, al pari delle poesie di Leopardi, e non si possa approcciarsi a questi privandoli della musica, la loro anima e non un semplice accessorio

Cultura
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giovedì 25 Febbraio 2021