La Môme Piaf, divina e indimenticabile

Era il 10 ottobre 1963, un giovedì, quando il mondo artistico internazionale si trovò a piangere la prematura scomparsa di una delle voci più emozionanti di sempre: quella di Edith Piaf.

Se pur breve, la sua fu una vita drammatica, difficile ma appagante allo stesso tempo. Edith Giovanna Gassion, questo il nome di battesimo, non ebbe un’esistenza semplice.:n acque nel quartiere parigino di Belleville, già all’epoca crocevia di numerose culture, artistico e pieno di vita, ma poverissimo. E poverissimi furono i suoi genitori, entrambi artisti di strada. Il padre, contorsionista, e la madre, cantante nei cafè e nelle fiere di paese, vissero sempre alla giornata. Non fu però sufficiente: con la morte nel cuore, dovettero affidare la piccola Edith prima alla nonna materna e poi a nonna Louise Léontine, di professione maitresse.

A otto anni Edith tornò a vivere col padre e con lui iniziò ad esibirsi per le strade parigine: piccola e gracile ma con una voce magnetica, riuscì a catturare l’attenzione dei passanti, stregandoli.

Qualche anno dopo, mentre Edith dava spettacolo vicino agli Champs Elysées, ci fu un incontrò un uomo che le allungò un biglietto da visita con appuntato un indirizzo: era quello del Gerny’s, un cabaret della zona. L’uomo era Louis Leplée, il proprietario del locale.

Leplèe insistette affinchè la ventenne facesse un’audizione sul palco del locale e, da quel momento, vita di Edith cambiò profondamente. Già dalla prima esibizione, stretta nel suo vestito nero di maglia, diede prova del talento che la fece conoscere in tutta la Francia e, di lì a poco, ben oltre i confini nazionali.

Fu proprio Leplée, diventato nel frattempo il suo impresario, a soprannominarla “Piaf”: un piccolo passerotto che seppe sin da subito mostrare una forza incredibile, con una voce capace di spaziare tra numerose tonalità. Ora aggressiva, graffiante, roca e poi, improvvisamente, dolcissima e leggera. Capace di intersecare, anche nello stesso brano, sentimenti contrastanti quali amore e rabbia, disperazione e felicità.

Da quel momento in poi i migliori parolieri dell’epoca vollero collaborare con lei e ricevette l’ammirazione di artisti e musicisti come Maurice Chevalier, Raymond Asso, Yves Montand e di poeti e scrittori quali Jaques Cocteau, suo caro amico.

Ma come in ogni favola, c’è un rovescio della medaglia. La sua vita privata venne costella da drammi continui: la morte della figlioletta, avuta a soli 17 anni, l’omicidio dell’amico impresario Leplée, un grave incidente stradale e poi tanti amori travolgenti ma finiti bruscamente, tra tutti quello clandestino col pugile Marcel Cerdan, morto in un incidente aereo, a cui dedicò la canzone L’Hymne à l’Amour. Eventi che la trascinarono progressivamente in un tunnel di depressione, abuso d’alcol e medicinali e che la portarono alla morte a soli 47 anni.

La sua esistenza è custodita in testi indimenticabili quali “Le vagabond”, “Les Amants d’un jour, “La Foule”  e le intramontabili “Non, je ne regrette rien” e “La vie en rose”, che la consacrarono come una delle principali interpreti della Chanson francese e come uno dei miti della musica internazionale.

Cultura
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giovedì 29 Luglio 2021