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Joker e il peccato d’indecisione

Non c’è nulla di peggio dell’indecisione. L’indecisione miete vittime e io quest’oggi mi annovero tra di esse. Quando è giunto il momento di scegliere un titolo per questa critica, infatti, mi sono trovata di fronte a un dilemma: avevo ben tre possibilità. Mi sono tranquillizzata abbastanza in fretta quando mi sono resa conto che il film di cui sto per parlarvi ha tre finali. A questo punto l’indecisione era un segno del destino.

Al primo posto c’è senza alcun’ombra di dubbio il sommo poeta Shakespeare con Essere o non essere il Joker. Il film del 2019, regia di Todd Phillips, ruota intorno alla figura di Arthur Fleck, pagliaccio squattrinato e maltrattato dalla società in quanto diverso, ma con l’ambizione di far ridere la gente. Peccato che per l’intera durata del film si rida poco o niente, nell’insana attesa che finalmente si manifesti il Joker che è in lui. Se lo scopo del regista e degli sceneggiatori era di muovere il pubblico a compassione, temo per loro che non ci siano riusciti. Il personaggio di Arthur viene infatti presentato in un modo talmente patetico e sfortunato da risultare caricaturale: è inavvicinabile. Non aiuta il fatto che il Joker, quello vero, faccia la sua comparsa solo negli ultimi dieci minuti del film, e sia a fuoco unicamente in un paio di scene.

A questo punto si insinua nella mia mente il secondo possibile titolo: Chiamami con un altro nome. Ammetto che nel mio cervello suona come una supplica. Dipenderà anche dal fatto che dopo la prima mezz’ora di film io e il mio partner in crime guardiamo sconsolati l’orologio… sì, manca ancora molto alla fine. A giudicare dal nostro coinvolgimento, non l’avremmo mai detto. Dopo poco entra in scena Thomas Wayne ma, esattamente come Arthur Fleck, non è il Joker che i cultori del fumetto amano, egli non è il miliardario filantropo a cui siamo abituati. In questa versione è infatti un cinico uomo d’affari, spregiudicato e privo di qualsiasi forma di compassione, soprattutto quando interagisce con la patetica figura del protagonista. Perché si sa, in un film autoriale, quando ci si trova di fronte ad una sfortunata vittima della società, l’unica reazione possibile è prenderla a pugni.

Ed ecco che fa il suo ingresso trionfale I dolori del giovane Arthur. Magari gli sceneggiatori di Joker sapessero scrivere come Goethe: avremmo avuto la grazia di una trama! Ci sarebbe stata almeno una scena che sarebbe finita in modo inaspettato. Qualcosa che sorprendesse lo spettatore. Avremmo avuto un finale forte, coraggioso, ricco: unico.

Peccato quindi. Peccato per il direttore della fotografia che ha svolto un buon lavoro, almeno lui. Peccato soprattutto per la sorprendente interpretazione di Joaquin Phoenix, unico splendente raggio di sole, che per primo è riuscito a non farci rimpiangere Heath Ledger. Peccato che la sua recitazione non sia stata supportata da un altrettanto buona sceneggiatura. Peccato per la mancata leggerezza che contraddistingue la figura del Joker e che contribuisce a renderlo, a mio parere, il personaggio più iconico e interessante dei fumetti. Peccato per l’occasione mancata. Peccato per l’indecisione.

Cultura
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lunedì 4 Marzo 2024