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John Prine, quella magia dall’autoradio

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“Lei mi ricorda una partita a scacchi
con qualcuno che ammiro
o un picnic con la pioggia
dopo un incendio nella prateria…”

La prima volta che, casualmente, ascoltai una canzone di John Prine, fu un fulmine a ciel sereno. Era una sera d’inverno, avevo guidato per molte ore e, durante una sosta, dall’autoradio uscirono le note della sua “Christmas in Prison”. Rimasi a fissare il finestrino, perdendo la concezione del tempo. Tre minuti di canzone avrebbero potuto essere due ore, come dieci. Un brano mai ascoltato, di un artista altrettanto sconosciuto, aveva suscitato in me delle emozioni difficilmente descrivibili, seppur così intense da risultare indimenticabili. Avevo appena conosciuto quello che sarebbe diventato uno dei miei punti di riferimento musicali.

Da quella sera d’inverno sono passati anni. La frequentazione con la sua musica è divenuta una costante di ogni mia giornata, portandomi a scoprire un autore capace di raccontare, attraverso i suoi brani, l’esperienza del vivere quotidiano in modo unico, con pathos e leggerezza, con intensità e delicatezza, con la giusta dose di rispetto e quel pizzico di sfrontatezza che la vita esige.

Ogni volta che la sua voce inconfondibile entra nella mia sfera ho la sensazione – intima – che il rebus quotidiano dell’esistenza, come per magia, risulti più chiaro. Non è cosa da poco.

Scrivo queste parole perché, qualche giorno fa John Prine ci ha lasciato, colpito dal temibile coronavirus.

Avrei potuto scrivere tante altre cose – già dette da molti – su di lui. Ho invece preferito ricordarlo parlando di un’ esperienza personale, delle mie emozioni.

Mentre scrivo, scorre in sottofondo quella prima canzone che tanto mi aveva colpito e avverto quel fastidioso vuoto, misto ad una sensazione di impotenza, che tutti i grandi amori ci lasciano, quando decidono di andarsene per sempre.

Cultura
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