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Memoria e narrativa “su sentieri incerti”, tre domande a Lia Levi

Foto di Stefania Gadotti

Ciò che ci accade, nella vita, è spesso disordinato e confuso. Come fare allora per cercare di mettere un po’ di ordine in questo caos? Tra i tanti strumenti c’è la narrazione, che è “il campo ideale dove si snoda la vita e la riflessione sulla vita stessa”. Così l’ha definita la scrittrice e giornalista Lia Levi ospite, mercoledì 4 agosto, al teatro parrocchiale di Vigolo Vattaro, della terza serata dell’Agosto degasperiano 2021.

Lia Levi, classe 1931, è nata a Pisa da una famiglia piemontese di religione ebraica. Ha vissuto l’esperienza della guerra e della persecuzione razziale, da cui si è salvata nascondendosi in un collegio romano. Per anni ha lavorato come giornalista: ha fondato e diretto il mensile di cultura e informazione ebraica Shalom. Il suo primo libro, Una bambina e basta, pubblicato nel 1994, parla dell’esperienza di una bambina ebrea e del suo modo di percepire quanto stava accadendo attorno a lei. Quella bambina era proprio lei, Lia Levi, che da quel momento affronta il tema della memoria in tutti i suoi libri e nei tanti incontri nelle scuole.

Come possono memoria e narrativa guidarci sui “sentieri incerti” del presente? E come sono legate?

La memoria passa attraverso tante strade diverse. Non è detto che la narrativa sia l’unica. Ci sono anche altri modi di fare memoria: penso al lavoro degli storici e degli archivisti, ma anche alle testimonianze dirette. La creatività, però, agisce in modo molto particolare. In questo caso non parliamo solo di fatti, ma di avvenimenti inquadrati nella forma della narrativa, con cui non si intende solo la letteratura, ma anche il cinema, il teatro, la musica e la pittura. E tutto ciò che è creativo ha una caratteristica: punta sull’emotività e sull’identificazione. Con la narrativa, infatti, ci si immerge in una realtà, si partecipa alla vicenda raccontata. La storia, in questo modo, si fa piccola. Dico sempre che nei miei libri entra addirittura nei corridoi di casa, perché presento sempre dei personaggi assolutamente normali. Quanto più si entra nel dettaglio, però, tanto più le cose diventano universali, perché scatta il processo di identificazione. Lo diceva anche Amos Oz.

Ha scritto “Una bambina e basta” a decenni di distanza dalla Seconda guerra mondiale. Questo ha cambiato il suo modo di vedere (e di raccontare) la sua storia?

No, perché non mi sono affidata alla memoria dei fatti, ma agli sprazzi emotivi, che sono molto più forti. Da piccolo non registri i fatti storici, non dai un ordine agli eventi: vai a sprazzi emotivi. Io me le ricordavo tutte, le cose che ho scritto. Non ho dovuto faticare. E, laddove avrei dovuto fare fatica, ho lasciato perdere. Avrei potuto, per esempio, rileggere il diario che mia madre aveva scritto durante i nove mesi di occupazione, per trarre qualche elemento storico in più. Non l’ho fatto, l’ho letto dopo. E mi sono resa conto di aver dimenticato qualcosa, ma il fatto che non la ricordassi per me significava che non era stata un’esperienza formativa interiormente.

C’è un personaggio dei suoi libri che potrebbe aiutarci ad affrontare il senso di spaesamento che stiamo vivendo?

 Forse non un personaggio, ma l’insieme dei miei libri. Ma se avessi una risposta così, su due piedi, non esisterebbero il dubbio e la ricerca, che sono il cardine della narrativa. Nell’ultimo libro che ho scritto, “Ognuno accanto alla sua notte”, racconto tre storie di vita che si intrecciano. Volevo sottolineare che nella vita si affrontano momenti difficili, in cui bisogna riflettere e cercare di non perdere la testa. Però non è vero che muoversi nel modo giusto salva sempre. C’è qualcosa di imponderabile, il destino, che getta i suoi dadi e fa capitare anche l’imprevedibile. Cosa c’entra, questo, con l’aiutare in questi tempi incerti? In “Ognuno accanto alla sua notte” tre persone adulte si incontrano e riflettono sul dolore, che è l’unico elemento unificante. Una delle domande fondamentali è questa: “Dobbiamo passare il compito della memoria ai nostri figli?”. No, perché i figli, come affermo nel mio libro, sono quelli che sentono come te. Quelli che senti affini, che condividono, che sono entrati in sintonia con il tuo dolore. Anche la grande ferita della Shoah, in cui c’è stato un rovesciamento dei valori della civiltà, non è un problema solamente ebraico. È il problema di tutta l’Europa; una ferita, appunto, all’intera civiltà europea. È un elemento interessante, perché unisce le persone attraverso quel gran collante che è il dolore e il superamento del dolore stesso.  

Cultura
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martedì 6 Giugno 2023