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Il firmacopie di Francesco Guccini (e la giustizia proletaria)

La paghi tutta, e a prezzi d’inflazione, quella che chiaman l’ingenuità. Il verso originale non è questo, ma la licenza poetica mi serve a bastonare quel pizzico di ingenuità che qualche giorno fa mi ha spinta a partecipare al firmacopie di Canzoni da intorto – il nuovo disco di Francesco Guccini – alla Feltrinelli di Milano.

Parlo di ingenuità perché avrei dovuto prevedere il caos che avrebbe affollato l’angusto pianoterra della libreria. Avrei dovuto prevedere che solo chi aveva acquistato il disco in loco sarebbe riuscito a ottenere la dedica, godendo (per ovvie ragioni) di accesso prioritario all’evento. Invece ci sono andata ugualmente. Perché? Perché quando intravedo un’opportunità di confronto con un cantautore del calibro di Guccini, anche se piccola, anche se inverosimile, la colgo al volo lo stesso.

Oltretutto, avevo una missione da compiere: consegnare nelle mani del Maestrone la tesi di laurea che due anni fa scrissi su di lui. Ci tenevo non perché la tesi fosse particolarmente riuscita (anzi), ma perché mi sembrava un modo, il minimo, per ringraziarlo. Ovviamente nulla di tutto ciò è accaduto.

Quel giorno la Feltrinelli si è trasformata in una sorta di Snowpiercer in cui chi aveva il pass poteva accomodarsi, respirare e godersi l’incontro con Guccini, mentre chi ne era sprovvisto si trovava stipato in mezzo a tutti gli altri suoi simili – gli ingenui – a soffocare. Letteralmente: il termostato della libreria superava agilmente i trenta gradi. Persone di ogni età con strati di vestiti tra le braccia, che usavano Canzoni da intorto come ventaglio (chiedo scusa per la blasfemia) e urlavano improperi, talvolta contro quel 10% di pubblico che aveva il pass, talaltra contro gli addetti alla sicurezza, costretti peraltro a indossare giacca e cravatta nonostante i trentasei gradi e anch’essi sull’orlo di una crisi di nervi. Scene surreali.

Era a tutti gli effetti lotta di classe. Davanti l’aristocrazia, che portava la propria copia del disco al cospetto del Maestrone e sorrideva gaudente a favor di fotocamera; dietro la classe operaia, sudata e ammassata, che inneggiava alla rivolta e rivendicava le ore di anticipo con cui si era presentata rispetto agli altri.

A un certo punto, nel caos generale, un ragazzo in mezzo alla folla si è rivolto a uno dei librai impegnati a contenere la sommossa e gli ha domandato: «Posso suonare l’ukulele?». «Solo se fai La Locomotiva» gli ha risposto quell’altro, asciugandosi il sudore dalla fronte. Così il ragazzo ha attaccato una improbabile Locomotiva sul suo improbabile ukulele. Nel giro di pochi secondi, il vociare confuso è diventato un coro a cui, ovviamente, mi sono unita anche io.

Ricapitolando. Ero in canottiera (il 26 di novembre), sudata fradicia, compressa in una calca maleodorante, a un passo dal tracollo psicofisico e con la consapevolezza sempre più nitida che il Maestrone non sarei più riuscita a ringraziarlo. Eppure, tutto sommato, ero felice.

Gaber la definirebbe illogica allegria. E avrebbe, come sempre, ragione: non c’era alcun motivo logico per essere felice. Ma per quei pochi minuti in cui decine e decine di persone hanno sollevato il pugno esclamando tutte insieme «trionfi la giustizia proletaria!», ero felice.

Felice di provare una sensazione di appartenenza che provo poco, di rado, praticamente mai.

Finito di cantare, l’applauso è partito spontaneo, insieme a un collettivo: «Grazie Francesco!». In fondo alla sala, da lontano, Francesco ha sorriso e ci ha ringraziato con la mano.

Alla fine una dedica l’abbiamo ricevuta anche noi. La più bella.

Grazie di tutto, Maestrone.

Cultura
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martedì 31 Gennaio 2023