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I Rolling Stones sono tornati

I Rolling Stones sono tornati. Nel bene e nel male. Nel bene: i fan più accaniti hanno trovato in Hackney Diamonds – l’ultimo disco uscito lo scorso 20 ottobre – un ritorno in pieno stile Stones, con le sonorità di sempre. Nel male: il fatto che le sonorità siano le solite di sempre ha scatenato le critiche dei detrattori, secondo cui l’album sarebbe una minestra riscaldata condita con riff già sentiti. In medio stat virtus: la virtù (o, per meglio dire, la verità) sta nel mezzo.

È vero che Hackney Diamonds è un richiamo alla gloriosa discografia anni Sessanta-Settanta della band, ma ciò non significa che sia un noioso ripetersi, anzi: da ogni traccia traspaiono freschezza e puro divertimento. Oltretutto, se fosse vero che i Rolling Stones fanno dischi senza inventiva per una mera questione di tornaconto economico, perché mai avrebbero aspettato ben diciotto anni per un album di inediti? Perché mettersi a bramare consenso commerciale proprio ora, peraltro in un momento così delicato della loro storia, avendo appena perso Charlie Watts?

La batteria di Watts è comunque presente, tra l’altro, in due brani, gli unici che ha fatto in tempo a registrare: Mess It Up e Live by the Sword. Per il resto, le bacchette sono nelle mani di Steve Jordan, vecchia conoscenza di Keith Richards (i due hanno suonato insieme negli X-Pensive Winos). Sempre in Live by the Sword, un altro ritorno: Bill Wyman, bassista che fu membro del gruppo fino ai primi Novanta.

A questi volti noti si aggiungono altre collaborazioni preziosissime: il pianoforte di Elton John (in Live by the Sword e in Get Close), la voce di Lady Gaga e le tastiere di Stevie Wonder (in Sweet Sounds of Heaven), il basso di Paul McCartney (in Bite My Head Off). Di nuovo: nessuno sfruttamento commerciale. La dimensione del featuring dà piuttosto un senso di spensierata jam session tra giganti che contribuisce a quel clima di divertimento e di freschezza cui si faceva cenno poc’anzi.

Merito pure di Andrew Watt, giovane produttore che ha saputo dare allo stile classico degli Stones un tocco contemporaneo; non a caso, nel “curriculum” di Watt figurano Justin Bieber, Ed Sheeran, Camila Cabello, Dua Lipa, Sam Smith e altre star del pop più mainstream, ma al contempo anche rockstar del calibro di Ozzy Osbourne, Iggy Pop e i Pearl Jam.

Ci sono due ulteriori elementi che confermano che Hackney Diamonds è un richiamo alle radici. Il primo è il titolo stesso del disco, che nello slang londinese è un riferimento alle vetrine rotte dopo le rapine; il quartiere di Hackney, infatti, è noto per l’alto tasso di crimini di questo tipo, e gli Stones hanno voluto strizzare l’occhio alle loro origini provocatorie e mascalzone à la Sticky Fingers.

Secondo e ultimo elemento è Rolling Stone Blues, la canzone che chiude l’LP e che diede origine a tutto: fu l’omonimo brano di Muddy Waters a ispirare il nome del complesso di Jagger e compagni, i quali nel 2023 hanno deciso di registrarla ufficialmente, per la prima volta in oltre sessant’anni di carriera.

Si può non apprezzare questa loro ultima fatica, ma non si può dire che questi vecchietti non abbiano ancora una sana, invidiabile voglia di giocare.

Cultura
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mercoledì 21 Febbraio 2024