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I fiori del male – Kurt Cobain

La passione di Charles Baudelaire per il cupo e per lo scabroso mi ha sempre incuriosita. Ecco perché questa nuova rubrica porta l’ingombrante nome di “I fiori del male”: perché vuole raccontare vite segnate, talvolta loro malgrado, da qualche cupa “maledizione”. La prima puntata è dedicata a una figura carismatica, enigmatica e decisiva per gli anni Novanta: Kurt Cobain.

Kurt Cobain (1967-1994) è universalmente conosciuto per il suo perenne stato malinconico e introverso. La causa risale alla sua infanzia, un trauma subito all’età di otto anni, ovvero il divorzio dei genitori. La separazione lascia un vuoto insanabile che lo cambia profondamente, un disagio che il bambino manifesta anche sulle mura del bagno di casa, dove scrive: “Odio mia madre, odio mio padre, mio padre odia mia madre, mia madre odia mio padre, è semplice: vogliono che io sia triste”.

Romperà poi ogni legame con la famiglia, tanto da essere cacciato di casa dalla madre. Nel 1986 riesce persino a farsi arrestare per vandalismo a causa delle scritte “God is Gay” e “Homosex Rules” dipinte abusivamente su alcuni muri di Aberdeen, sua città natale. La condanna gli costa trenta giorni di carcere e centottanta dollari di multa, ma di certo non ferma la sua spinta attivista. Con i Nirvana, infatti, suonerà spesso a concerti per i diritti gay e a favore dell’aborto.

I Nirvana sono però anche la sua rovina. È proprio all’apice del successo che Cobain si sente sempre più soffocato dalla fama, temendo che le sue canzoni possano essere male interpretate o strumentalizzate. Entra così in un circolo vizioso di depressione e di abuso di droga, da cui non riuscirà più a uscire.

Stando ai rapporti della polizia, Kurt Cobain si è suicidato sparandosi in bocca con un fucile il 5 aprile 1994 nella sua casa sul lago Washington, dopo aver ingerito quantità considerevoli di Valium ed essersi iniettato eroina sufficiente per una tripla overdose. Eppure, le circostanze della sua morte non hanno mai convinto del tutto.

Per esempio, il fucile era poggiato sul braccio sinistro, senza impronte e in una collocazione innaturale per una persona che si sia appena sparata. Oppure la lettera d’addio. Anzitutto, sembra divisa in due: una prima parte più lineare e coerente con la personalità di Cobain, rivolta all’amico immaginario d’infanzia “Boddah” al quale racconta della propria crisi artistica e personale; la seconda parte, al contrario, è caratterizzata da toni nevrotici e si incentra sulla moglie Courtney Love.

Il detective Tom Grant (ingaggiato dalla stessa Love) scopre che Cobain aveva escluso la moglie – da cui intendeva divorziare – dal testamento e, osservando le frasi finali della lettera, si notano certe somiglianze con la calligrafia della donna. Come se non bastasse, nel 1997 Eldon Hoke (frontman dei Mentors) disse in un documentario di aver ricevuto un’offerta di 50.000 dollari da Love per “colpire” Cobain e di sapere chi fosse l’assassino. Otto giorni dopo quella dichiarazione, il cadavere di Hoke venne trovato sui binari, travolto da un treno.

Che siano valide teorie o soltanto speculazioni è difficile a dirsi. Resta però inquietante il velo di mistero che, anche a distanza di anni dalla sua morte, continua ad aleggiare attorno a Kurt Cobain, il “fiore del male” per eccellenza della storia della musica.

Cultura
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