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I demoni di Bruce Springsteen

Un’esplosione di energia. Chiunque abbia mai avuto la fortuna di vedere un’esibizione di Bruce Springsteen dal vivo (o anche semplicemente in video) la definirebbe così. Energia pura e totale. Travolgente. Soprattutto fino al 2012, o giù di lì. Ore e ore di concerto trascorse a saltare, a fare lunghe scivolate sulle ginocchia, a lanciare chitarre, a ballare con la E Street Band, a gettarsi in mezzo alla folla. È veramente impossibile dimenticare un suo concerto.

Ecco perché molte persone, anche springsteeniane della prima ora, l’11 settembre scorso hanno storto il naso. Perché Springsteen appare in giacca e cravatta, con una chitarra acustica e, soprattutto, con un aspetto stanco, come se tutta la fatica dei tour accumulata negli anni gli fosse piombata addosso in un colpo solo. Forse l’armonica a bocca è l’unico, irrinunciabile elemento sopravvissuto a questo “invecchiamento”. Per il resto, sembra di avere davanti un’altra persona.

Va detto, però, che questa è una lettura molto superficiale di quanto avvenuto. Anzitutto, consideriamo il contesto: Ground Zero, il Memoriale dell’11 settembre. Un attentato che ha lasciato una ferita profonda nell’anima del popolo statunitense e nessuno meglio del Boss avrebbe potuto farsi carico di raccontare non solo questa tragedia, bensì tutti gli spettri che perseguitano gli Stati Uniti, dal Vietnam fino al razzismo. Davvero nessuno, perché la mente di Bruce ha una familiarità tragicamente straordinaria con “i demoni e la polvere”, con la morte, con la depressione.

Wrecking Ball è un disco intriso di oscurità, per esempio. Ma anche l’indimenticabile Nebraska, o Magic, o il sopracitato Devils and Dust. In questo caso, però, va menzionato su tutti The Rising, ovvero l’album uscito nel 2002, un anno dopo l’attentato. Non è un caso che sia anche il primo disco inciso con la E Street Band a ben diciotto anni di distanza dall’ultimo lavoro insieme: è come se, di fronte a un dolore tanto sconvolgente, fosse emersa la necessità di riunirsi. Così nasce il ritratto di una nazione in ginocchio, tra sangue, vuoto e angoscia, cui Bruce contrappone strenuamente la ricerca della speranza e dell’amore. Esattamente come ha fatto lo scorso 11 settembre, cantando I’ll See You in My Dreams (traccia conclusiva del suo ultimo lavoro, Letter to You). Perché «death is not the end», la morte non è la fine. Ci rivedremo nei sogni. O sul lato oscuro della Luna, direbbe qualcun altro.

«È invecchiato», «Ha stonato», «Non trascina più come una volta». Chi ha avanzato commenti simili dovrebbe riconsiderare la propria posizione e guardare a quella esibizione per ciò che è stata: commozione pura e vulnerabilità. In un’epoca che ci sta abituando sempre più a oscurare l’aspetto emotivo della vita, Bruce Springsteen è (ancora) la nostra salvezza.

Cultura

I vostri commenti all'articolo

1
  1. Marco

    Scrivi qui il tuo commento…Complimenti Lucia hai scritto un’articolo bellissimo e hai descritto come meglio non si poteva l’esibizione di Bruce in quella ricorrenza nefasta. Hai proprio ragione gente come lui sono ancora la nostra speranza di salvezza. Sei una grande e lo si capisce solo guardando la maglia che indossi nella tua foto profilo. 🙂 Ciao buon lavoro

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domenica 26 Maggio 2024