Gia, una donna oltre ogni limite

L: Devo andare. Devo andare.
G: Tutti devono andare. Ma dove vanno tutti quando devono andare?

Attraverso le parole delle persone che la conoscevano e attraverso ciò che contiene il suo diario, viene narrata dal regista Michael Cristofer la straordinaria storia di Gia Marie Carangi, in arte Gia. Chi era? La prima “supermodel” statunitense che mettendosi un abito lo macchiava inevitabilmente con la sua bellezza. Laddove con bellezza, nel suo caso, si intende dolore, perdita, abbandono, amore, sesso, follia, droga. E nessuna di queste parole, applicate alla vita di Gia, mantiene il suo significato canonico.

Caro Libro, un altro giorno della mia vita e la vita è come un libro. Un libro è come una scatola. La scatola ha sei lati, dentro e fuori, allora… Come arrivi a quello che c’è dentro? Come arrivi a quello che c’è dentro e fuori?

Gia nasce nel 1960 a Philadelphia, vive la separazione turbolenta dei suoi genitori a 11 anni e rimane con il padre che la farà poi lavorare come cameriera nel suo negozio di panini. A 16 anni il fotografo Maurice Tannenbaum la nota e successivamente le sue foto finsicono da Wilhelmina Cooper, un ex modella olandese che ha fondato un’importante agenzia di modelle a New York. Gia piace per la sua spontaneità, per la naturalezza e per il sesso, intrinseco al suo modo di giocare con la fotocamera e connaturato persino nel suo modo di parlare con le persone. Il film è del 1998 e, senza dilungarsi in aneddoti che si potrebbero leggere ovunque, ecco due motivi per guardarlo:

1) Un centro non esiste. A volte si vive come se si dovesse ottenere sempre qualcosa che sembra raggiungibile ma non lo è. Qualcosa che promette benessere, felicità e appagamento incondizionati. Si sa, no? Basta mirare. Basta prenderlo. Basta aspettare. Basta prepararsi. Basta impegnarsi. Basta così poco? Oppure è tanto, chi lo sa? Lo sa solo chi ci prova e poi alla fine continua a vedere solo se stesso provarci e riprovarci, senza una fine, senza l’agognato premio, senza la Terra Promessa del “fare centro”. Poi arriva qualcuno, come si dice, ad aprirti gli occhi e a farti vedere che “ce l’hai fatta”, eppure qualcosa manca sempre, perché la verità è che il centro è un’illusione. È un’illusione ed una volontà che non ci appartiene e che paradossalmente annienta tutto ciò che vuole. Gia cercava in maniera forsennata quello che voleva, il centro del mondo, il centro della vita, il centro dello spettacolo, il centro di se stessa, trovandosi in cambio ad avere tutto e a non sentire nulla.

Lo sai? Lo sai? Che la vita è una delusione. Eccoti qua, sei arrivata. Tu sei qui, questo è il tuo momento. Che cos’hai? Il dolore. E quando hai tutto, che cos’hai? Non hai niente. Quando tutto va bene, va tutto male, è deludente, ti confonde. Così è la vita, che ci puoi fare?

2) La riflessione sulla bellezza. È stato il mezzo fondamentale per Gia, per guadagnarsi da vivere. Eppure è stato anche la sua condanna. Più volte nel film ritorna questa frase: “Vedere vedere e nessuno vede te”. L’imposizione del mondo di vedere la bellezza prima di ogni altra cosa, viene smascherata qui in tutte le sue dannosissime conseguenze. Infinitamente invisibili, fino a quando non costringono tutti a girarsi, guardare e a riflettere attentamente per i suoi catastrofici risultati: alla fine, quando ormai “è tardi”.
A questo punto le riflessioni sull’apparenza e sulla superficialità si sprecano. Tuttavia, ancora una volta, nel film, il tema è rappresentato da un’angolatura incredibilmente non banale e fuori da ogni stereotipo.

Insomma, consiglio questo film a tutti i lettori. Per riflettere e per rimanere affascinati. Per Angelina Jolie che è semplicemente strepitosa nei panni di Gia come non lo è mai stata. Per le musiche, perfette. Per le inquadrature affascinanti ed eccitanti. Per vedere i demoni della vita mangiarsi gli angeli della morte. Per vedere l’imprevedibile e godere della bellezza dei contrasti nella loro forma meno canonica.

Cultura
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lunedì 23 Novembre 2020