Elif Shafak, la letteratura come ponte tra me e gli altri

«Solo attraverso la letteratura ci si può mettere nei panni di qualcun altro, comprenderlo negli aspetti più reconditi e contradditori del suo carattere ed evitare così di emettere condanne troppo severe. Al di fuori della sfera letteraria, di una persona si riesce a cogliere soltanto la superficie».

Ripensando all’ultimo libro di Elif Shafak, Non abbiate paura, mi è venuta in mente questa citazione, tratta da Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi.

In Non abbiate paura, un saggio che, come suggerisce il sottotitolo, parla di come «sfidare l’intolleranza sarà il nostro atto di coraggio. Per restare uniti in un mondo diviso», a un certo punto Shafak chiede ai lettori di immaginarsi un mondo in cui la letteratura non esiste. Domanda di pensare per un istante «un mondo senza libri, senza storie, un mondo privo di empatia». Perché le storie e la scrittura possano cucire una terra che è sempre più frammentata, dove non si costruiscono ponti ma si erigono muri, Shafak lo sintetizza nel suo ultimo libro così come in tutta la sua produzione letteraria. Così come fanno, in generale, gli Scrittori con la “S” maiuscola. L’autore di un romanzo deve infatti dare voce a personaggi che hanno psicologie diverse, vissuti talvolta agli antipodi e idee contrapposte.

Pensieri che non sempre condivide – certo, qualche personaggio trae spunto dallo scrittore, talaltro invece da persone che chi prende carta e penna conosce, ma altre volte è completamente inventato. E, come quando da bambini prendevamo bambole e giocattoli e davamo loro un’anima facendoli giocare assieme e creando così una storia, anche lo scrittore, quando scrive, deve far “giocare tutti”. Deve dare una voce a tutti, anche se non sempre ne condivide idee e azioni. Un esercizio di democrazia, quindi, in un mondo che tende sempre più alla polarizzazione: “noi” e “gli altri”, e chi varca il confine è un traditore. Nella letteratura, invece, spiega Shafak in un’intervista concessa a Riccardo Mazzeo per “Doppiozero”, «l’altro è mio fratello, è mia sorella, sono io stesso», e la letteratura «fa ciò che sa fare meglio: lanciare ponti».

È la stessa biografia di Elif Shafak a suggerirci perché per lei sia così importante costruire ponti e perché concepisca così il mestiere dello scrittore. Nata a Strasburgo da genitori turchi, ha vissuto in Turchia, in Spagna e negli Stati Uniti, e adesso risiede a Londra. È molto legata a Istanbul, la città d’origine dei suoi genitori, che compare in tutti i suoi libri e di cui descrive vizi e virtù. Leggendola si capisce come i suoi scritti siano un ponte tra Oriente e Occidente: leggende e miti della Turchia e dell’Oriente si fondono con diritti e valori occidentali. E, a sorpresa – ma neanche tanto, forse -, creano un amalgama ben riuscito, che riesce a valorizzare il meglio delle due culture e a coglierne anche i tratti simili.

Possiamo costruire ponti anche se non abbiamo mai messo piede fuori da casa nostra, ci ricorda Shafak. Non è vero che riesce a coltivare sentimenti di fratellanza e sorellanza solo chi può permettersi di viaggiare. E come si fa, quindi, a coltivare questi sentimenti, a costruire ponti? La risposta è tra le pagine di un libro. «Ma il posto in cui ho passato gran parte della mia vita – scrive infatti Shafak in Non abbiate paura – sia da bambina che da adulta, è in realtà altrove: si chiama Storilandia. E in questo regno incantato, dove il cielo cambia colore come negli anellini che lo cambiano secondo l’umore, e in cui ogni cosa parla con una propria voce, che sia un ciottolo o una montagna, in questo territorio vario e vasto non ci sono confini, né passaporti né polizie, né recinzioni di filo spinato, e nulla di tutto questo è necessario».

Cultura
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giovedì 25 Febbraio 2021