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City Lights: lo scintillio dell’emarginazione

“Suggella un’altra delle sue sentenze inappellabili su quel crudele e aleatorio balletto delle apparenze in cui consistono la vita e le dinamiche sociali”, scrisse il critico Fernaldo Di Giammatteo su City Lights di Charlie Chaplin. Proiettato in anteprima il 30 gennaio 1931 a Los Angeles alla presenza di personalità importanti tra cui figura anche Albert Einstein, è rivissuto sul palco dell’Auditorium Santa Chiara di Trento nell’ambito della stagione concertistica 2023/2024 dell’Orchestra Haydn.

Diretta da Timothy Brock, compositore statunitense specializzato nel repertorio della prima metà del XX secolo e in rappresentazioni di film muti con accompagnamento musicale, l’orchestra bolzanina ha infatti accompagnato dal vivo le immagini con protagonista la più famosa maschera del cinema muto, Charlot. La colonna sonora, all’epoca arrangiata da Arthur Johnston e Alfred Newman, era stata ideata dallo stesso Chaplin, che fin da bambino aveva imparato a suonare il violino e il violoncello da autodidatta.

La storia del vagabondo senza casa né lavoro a causa delle conseguenze della Grande Depressione, ma ricco di dignità – rappresentata dagli immancabili bastone e cappello a bombetta – e di grandezza d’animo – visibile nello sguardo sempre dolce e mite – che si innamora di una fioraia cieca, bella e povera raccolse subito il successo di critica e pubblico. L’anteprima di Los Angeles si concluse con una standing ovation, subito bissata qualche giorno dopo a New York.

La pellicola richiese tre anni di lavorazione per 95 km di girato, dai quali vennero poi estrapolati i due totali, che lo trasformarono in uno dei film preferiti di registi del calibro di Orson Welles, Andrej Tarkovskij e Stanley Kubrick. City Lights è infatti un capolavoro assoluto di sottile critica sociale, giocata su intelligentissime contrapposizioni fin dalla scena iniziale in cui la città inaugura il Monumento della Prosperità. Sollevato il velo che lo nasconde, non si scopre però solo la scultura ma anche il senza tetto Charlot che ci ha dormito sopra. L’effetto di straniamento viene accentuato dalle voci del sindaco e della gente bene, riprodotte per mezzo dei kazoos, strumenti di origini africane dall’effetto dissonante. Il tutto, come sottolineato da un critico, è “reso in maniera ironica, quasi a mimare la pessima resa qualitativa dei primi film sonori”.

Il gioco delle dissonanze continua poi nel rapporto tra Charlot e il riccone che beve per dimenticare l’abbandono della moglie. Quando inebriato è infatti tanto affabile e generoso con il suo amico straccione quanto scontroso e scostante quando da sobrio lo allontana malamente da casa propria e lo accusa di avergli rubato i soldi che gli ha in realtà donato di propria iniziativa. Denaro che Charlot regala a sua volta all’amata fioraia – interpretata dalla ballerina Virginia Cherrill – per un’operazione che le ridarà la vista, nonostante sappia che, nel momento in cui lei tornerà a vedere, scoprirà che lui non è l’abbiente gentiluomo che si aspetta a causa di un equivoco.

Quando i due si ritroveranno e lei riconoscerà il proprio benefattore in quello squattrinato emarginato, lo amerà ancora? Chaplin lascia così il finale poeticamente aperto perché come amava dire: “Mi piace camminare sotto la pioggia perché nessuno può vedere le mie lacrime”.

Cultura
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mercoledì 17 Aprile 2024