Si salvi chi PROG – Nella Terra del Grigio e del Rosa

Bentrovate e bentrovati alla quarta puntata di “Si salvi chi PROG”, la rubrica di UnderTrenta che questa volta ha deciso di essere un po’ meno inquietante (sentite scuse a chi non riesce ancora a togliersi dalla mente il teschio di Brain Salad Surgery). Già dalla copertina che vedete qui sopra si capisce l’atmosfera – completamente diversa – in cui ci stiamo per immergere: un villaggio fiabesco tra il grigio e il rosa, popolato da elfi e da nani, dove i funghetti allucinogeni sono all’ordine del giorno.

In the Land of Grey and Pink è forse la massima espressione della scena di Canterbury, fatta di improvvisazione e di sperimentazione. In questo disco i Caravan danno il meglio di sé, intrecciando sonorità jazz, rock e pop con piglio avanguardistico. Infatti, se la traccia di esordio, Golf Girl, ha un sound pop accattivante e piacevole, basta aspettare la successiva, Winter Wine, per avere il primo assaggio prog, caratterizzato dalle scale inusuali di organo Hammond (un must per ogni gruppo progressive rock che si rispetti).

Di nuovo un richiamo pop con Love to Love You (And Tonight Pigs Will Fly), raggiante canzone d’amore; sicuramente il brano meno sperimentale del disco, ma resta comunque un gradevole sottofondo e, soprattutto, un preludio leggero in vista di ciò che segue, ovvero gli ultimi due pezzi dell’album: In the Land of Grey and Pink e Nine Feet Underground. La title track è probabilmente il primo frutto dei funghetti cui si accennava prima. Tra una musica particolarmente gioiosa e un testo nonsense e delirante, In the Land of Grey and Pink riassume perfettamente lo spirito giocoso e sornione del gruppo, ben lungi dal prendersi troppo sul serio.

Il secondo frutto dei funghetti è invece la monumentale Nine Feet Underground, probabilmente una delle canzoni più belle del progressive rock. La suite di oltre venti minuti (nulla di insolito per chi frequenta abitualmente gli ambienti progressivi) è dominata dall’Hammond del tastierista, David Sinclair; infatti, il titolo fa riferimento al seminterrato in cui Sinclair compose la traccia, che racchiude tre movimenti in equilibrio tra jazz e rock. A stupire non è solo la fluidità con cui la traccia scorre, né l’agilità con cui gli strumenti compiono acrobazie destreggiandosi in contrappunti: la parte forse più emozionante del brano è il finale, un febbrile e travolgente crescendo che sfida chi ascolta a non perdere il passo e a scatenarsi in una danza sfrenata tra le colline tinte di grigio e di rosa.

Chi scrive ha avuto l’onore di conoscere e di ascoltare i Caravan da vicino. È quasi inutile consigliare a chi legge di correre a un loro concerto appena possibile: musicisti incredibili, sempre a metà tra un perfetto aplomb inglese e una vena puramente rock. Geoffrey Richardson è un polistrumentista dal talento raro, Mark Walker alla batteria ha un’energia inesauribile, Jan Schelhaas alle tastiere e Jim Leverton al basso hanno una chimica incredibile e la voce di Pye Hastings è rimasta vellutata come nei magici anni Settanta.

Cultura
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giovedì 29 Luglio 2021