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Antonio Ligabue, “el pitur matt”

Da poco si è conclusa la mostra “Ligabue – Un altro mondo” al Museo “Le Carceri” di Asiago e comprendente 70 opere tra dipinti, disegni e sculture.

Antonio Ligabue è stato uno dei maggiori protagonisti dell’arte italiana del XX secolo, anche se è riuscito a godersi a mala pena il successo che stavano avendo le sue opere, dal 1961, proprio qualche anno prima di morire, nel 1965.

Nasce nel 1899 a Zurigo, è il figlio illegittimo di una donna italiana d’origini venete e, quando viene adottato dal suo patrigno, gli viene dato il suo cognome, Laccabue, che poi egli cambiò in Ligabue per l’odio provato nei confronti di questo uomo. Ligabue, infatti, lo considerò sempre l’assassino della madre, morta quando il pittore aveva appena 14 anni, insieme ai suoi tre fratelli, probabilmente per un’intossicazione alimentare.

La vita di Ligabue si caratterizza da subito per la grande solitudine che lo affligge a causa di vari episodi che lo porteranno poi, nel 1919, in Italia, a Gualtieri, dove rimase per sempre.

La povertà estrema è un altro elemento che determinò la vita dell’artista: soffriva infatti di rachitismo e gozzo e i lunghi periodi di malnutrizione sicuramente non avevano giovato alla sua salute né fisica né mentale.

Quando giunge nel paesino in provincia di Reggio Emilia, non conosce una parola di italiano e prova a fuggire, senza esito. Inizia a vivere lì grazie all’aiuto dell’Ospizio di mendicità Carri. Pratica una vita nomade e lavora saltuariamente come manovale o bracciante sulle rive del Po, dove costruisce la sua capanna. Inizia a dipingere e a creare le statue con l’argilla del fiume.

Senza voler ripercorrere precisamente le tappe dell’artista, si vuole in questa sede dare qualche spunto per conoscere questo pittore più a fondo e soprattutto alcuni motivi per vedere non solo le sue opere dal vivo, ma anche i film che gli sono stati dedicati, come lo sceneggiato del 1977 di tre puntate (disponibile su RaiPlay), con Flavio Bucci come attore e il regista Salvatore Nocita. Un altro film più recente che merita di essere visto è “Volevo Nascondermi”, diretto da Giorgio Diritti.

Quello che affascina di Ligabue è l’impossibilità di essere codificato: non rientra in alcun canone, se non in quello dell’istinto animale che lo portava a vivere e a comportarsi come un essere più simile alle bestie che non all’uomo. Egli dipingeva infatti il mondo che conosceva e forse quello a cui si sentiva più affine, quello degli animali. Non solo quelli da fattoria, ma anche tigri, ghepardi, falchi, serpenti, volpi, animali selvatici che probabilmente aveva visto nella sua infanzia allo zoo e che riproduce grazie alla sua straordinaria memoria fotografica. O immedesimazione? Quando si guarda un quadro di Ligabue, infatti, è difficile distinguere il tratto dell’artista dalle caratteristiche dell’animale. Le identità si fondono e, nelle lotte tra animali che spesso rappresenta, si percepiscono rabbia, paura, tristezza: emozioni vive che arrivano con la doppia forza del grido dell’animale e dell’uomo.

Ligabue era un emarginato, un uomo scontroso, solo, senza amore, povero, con crisi nevrotiche e un gozzo enorme.  L’infinita crudeltà della vita è ben rappresentata nei suoi dipinti: non direttamente, ma attraverso la ferocia con cui gli animali lottano e si ribellano alle pene inflitte, per non soccombere alla sofferenza.

È questo che amo di Ligabue. Le scene in cui gli animali sono inferociti, lo sono non perché cattivi, ma perché sono vivi e così li ha plasmati la vita. Senza gioie, rimangono le urla di rabbia e dolore che non rappresentano alcun episodio particolare, se non la vita stessa. Semplicemente vita, come lo sarebbe la rappresentazione di un bellissimo bambino.

A taluni la vita riserva tappe ricche di bellezza e amore, ad altri tocca il dolore come colonna sonora costante. Quindi aggredire, azzannare e ferire sono solo modi diversi per vivere.

Cultura
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martedì 6 Dicembre 2022