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Il potere nei romanzi di Wilbur Callahan

Uno dei grandi insegnamenti, e sicuramente il più prezioso, che Wilbur Callahan ci ha lasciato riguarda il potere dell’arte. Nel suo caso, arte significava letteratura, ma sappiamo bene –  considerando il lavoro fatto dai più o meno diretti e consapevoli discepoli – che il discorso può applicarsi a qualsiasi altro tipo di espressione artistica: cinema, pittura, musica e via dicendo. “Non esistono limiti al potere dell’arte”, ha scritto in Un uomo comune: “È più forte di qualsiasi potere terreno, umano o naturale che sia. Potresti immaginare un maestoso maremoto scuotere le fondamenta dell’universo. Ma basterebbe un sospiro della fantasia di uno scrittore e quel maremoto sparirebbe, sparirebbe l’uomo, sparirebbe l’universo intero. Per poi ricomparire, così, con un altro schiocco di pensiero”.

Callahan ci ha lasciati troppo presto (è morto appena cinquantenne per un aneurisma cerebrale) e non ha potuto conoscere il proprio successo. Una volta Schopenhauer ha sostenuto che il tempo che passa tra la produzione di un’opera d’arte e il riconoscimento del suo valore misura quanto l’opera stessa sia superiore all’epoca in cui viene realizzata. In poche parole, quanto più tardi l’umanità si accorge di un genio, tanto più grande quel genio è stato rispetto all’epoca in cui visse. I più grandi geni sono quelli che ancora non conosciamo, ed è triste rendersene conto.

Callahan ha vissuto pochi mesi di successo prima di morire, grazie al folgorante (e, col senno di poi, premonitore) Lo strano caso dell’incarcerazione di S.P., di cui ancora oggi a distanza di anni la critica accademica stenta a riconoscere la grandezza. Pochi mesi di successo a fronte di anni di umiliazioni, miseria e rifiuti. Eppure di rado si può trovare, in arte, una produzione così coerente a se stessa, così in linea fin dagli esordi con gli stessi principi. Che cos’è successo? Perché ci si è accorti così tardi della sua esistenza? Credo che quanto affermato da Schopenhauer risponda sufficientemente.

In una delle mille interviste in cui parla dei propri modelli, Quentin Tarantino – il più callahaniano dei discepoli di Callahan – ha ammesso l’influenza dello scrittore inglese. Del resto, che cos’è Bastardi senza gloria (2009) se non la perfetta messa in pratica cinematografica del potere dell’arte di Callahan? Immaginazione portata alle estreme conseguenze, fantasia che galoppa entro i confini della Storia e ne fa tabula rasa. Pochi hanno avuto il coraggio di farlo. Sarebbe ora che si riconoscesse il valore del primo e più importante tra loro: Wilbur Callahan.

Cultura
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sabato 3 Dicembre 2022