Visioni d’Europa: “La condizione demografico-sociale del mondo giovanile nell’Ue. Immigrazione, emigrazione, istruzione, cultura e lavoro”

«Al giorno d’oggi è importante parlare di Europa anche a chi, forse non rendendosene conto, è cittadino europeo. Ancora più importante è parlare di Europa ai giovani perché siano cittadini di oggi prima che di domani». Con questo sguardo Marco Odorizzi, direttore dalla Fondazione Trentina Alcide De Gasperi e Daniela Divan dell’ufficio Politiche giovanili del Comune di Trento hanno aperto l’ultimo incontro del ciclo di webinar di “Visioni d’Europa 2020”.

Qual è il futuro per i giovani in UE? Come leggere i fenomeni demografici e sociali che contraddistinguono gli ultimi decenni? Stefano Allievi, Professore ordinario di Sociologia e direttore del Master internazionale su “Religions, Politics and Citizenship” presso l’Università di Padova, ha spiegato bene la situazione in cui ci troviamo partendo da un’analisi di dati e fenomeni contenuta nel suo ultimo libro “La spirale del sottosviluppo”.

«L’Europa è tutta in transizione demografica: ha più morti che nati, è un’area geografica in decadenza. […] L’Italia è il paese più vecchio d’Europa e tra i più vecchi del mondo. La speranza di vita è aumentata e ciò ci sembra una buona cosa. Ma la vita in buona salute non si è allungata allo stesso modo». Un incipit un po’ drammatico che serve al professor Allievi per delineare la situazione demografica europea, soprattutto quella italiana: siamo meno, più vecchi quindi con una minore percentuale di popolazione attiva che lavora. La prima cosa che dunque si può fare per agevolare il mercato del lavoro è creare delle politiche sociali, economiche e culturali incentrate sui giovani, investendo nella loro formazione e nel loro ingresso nel mondo del lavoro.

In Italia si parla ormai solo di immigrazione dimenticandoci dell’emigrazione di una parte consistente di giovani. È vero che oggi «non esistono più paesi di sola immigrazione o di emigrazione» spiega Allievi. «La gente si muove per mille motivi sia dai paesi più poveri che da quelli più ricchi. L’Italia era decisamente una nazione di immigrazione, ora non più. Gli ultimi dati stimano 285 mila emigrati annuali contro 13 mila immigrati».

Sempre i dati ci dicono che le donne emigrano perché in altri paesi c’è un sistema che consente loro di lavorare e fare figli, usufruendo di un welfare capace di investire sulla loro permanenza nel mondo del lavoro. Chi si stabilisce all’estero non lo fa solo per questioni economiche, ma perché trova contesti che funzionano meglio, più aperti culturalmente alle diversità linguistiche, etniche, religiose e non solo, e nei quali la burocrazia non vincola le possibilità e le idee. Questi dati dicono molto del giudizio culturale, politico e sociale dato al nostro paese, bellissimo ma con molti difetti “strutturali” che chi emigra può farci notare ancora meglio.

Cosa fare per cambiare rotta? Serve che le nuove generazioni si attivino e che si investa molto di più nell’istruzione, nella formazione, perché tutto torna in termini di produzione e sviluppo del sistema paese. «I giovani all’estero capiscono molto di più l’importanza di sapere le lingue» riprende il professore, «non come gli italiani che non le studiano o lo fanno solo perché li aiuta dal punto di vista lavorativo. Non sapere le lingue è come non avere un braccio, si vive lo stesso, ma meno bene». Contemporaneamente bisogna lavorare sull’apertura culturale, potenziando le opportunità che aiutano a mettersi in contatto con il mondo – come l’Erasmus – e innovando digitalmente, tecnologicamente ed ecologicamente il paese. In questo l’Unione Europea aiuta già molto: si pensi alla libera circolazione, alla moneta unica, ai viaggi low cost, al roaming di dati mobili e telefonici e all’ultimo piano di riforme strutturali messe in campo con il Next Generation Eu.

«L’Europa non è tutta uguale – conclude Allievi – e questa è una grande fortuna! Essere diversi ci aiuta a capire cosa e come migliorare. Oggi in Italia possiamo e dobbiamo essere molto più ambiziosi e mettere al centro la cultura, investendo massicciamente nelle nuove generazioni».

Giorgia Malavasi

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mercoledì 28 Ottobre 2020